Shine on

Sky Arte, uno dei pochissimi canali per i quali vale la pena avere una televisione oggi e degno della nostra reale attenzione, sta passando in questi giorni “The story of Wish you were here”, l’affascinante narrazione della gestazione dell’album leggendario dei Pink Floyd.
Non l’unico, peraltro, nella loro discografia.
Più passa il tempo e più passo il mio tempo tornando indietro nel tempo, secondo facile profezia.
E alle radici della mia passione musicale, come molti della mia generazione, quell’epoca meravigliosa dove tutto sembrava possibile, nella sua ingenuità contagiosa, il doppio decennio sixties-seventies.
Irrorato dai Beatles in poi di una creatività straripante, visionaria.
Syd Barrett, il genio malato dei primi Pink Floyd, appartiene per intero a questa storia e a questo tempo, ma con un surplus di weirdness inarrivabile.
“Wish you were here” racconta tutto questo, ossia l’incedere maestoso, indifferente ed inarrestabile del tempo, le assenze, cosa si è perso e cosa si è visto.
Roger Waters, come si vede bene nel documentario, è l’alter ego del carismatico fondatore, il nuovo conduttore del gruppo, dedito all’impegno, alla trincea del lavoro, per essere degno del padre.
L’esito finale della sua parabola umana, però, curiosamente sembra lo stesso.
Syd, uscito dal gruppo (o meglio : “fatto uscire” gentilmente, col consueto corollario di sensi di colpa) per manifesta inadeguatezza mentale e nervosa alla carriera stressante di una rockstar in fieri, approda velocemente alla pazzia e Roger, control freak e carrierista, arriva quasi alle stesse conclusioni, da posizioni e scelte opposte, dopo anni di frenetico trionfo.
Al di là della demenziale dicotomia winners-losers che va tanto di moda in questi tempi disperati.
Waters ha le battute migliori in questo filmato, come gli capita spesso, e racconta bene di come il successo faccia venir voglia solo di scappare dalla società o porti al disagio nevrotico di una persona che sputa ad uno dei suoi fans durante un concerto, odia gli obblighi e le pressioni del commercio, o si chiude (simbolicamente?) dietro un muro in un concerto, quello di “The Wall”, entrato nella storia per la sua stranezza misantropa.
Ci sono video di quel periodo che sembrano davvero venire da un’altra era e in fondo non sono così lontani.
Penso al commovente video sgranato di “Apples and oranges”, un video che fa tenerezza nel mostrare la goffaggine primitiva del gruppo a confronto con un Barrett che fa già paura e sembra soprattutto già da qualche altra parte nel cosmo.
Davvero due mondi non comunicanti, se pur appartenenti allo stesso “genere”, come il titolo della canzone stesso fa presagire.
Roger d’altro canto sembra freezzato nell’eterno rimpianto e nell’eterna nostalgia per due figure maschili, le due grandi assenze della sua vita.
Il padre, morto in guerra in Italia mentre lui viveva la sua giovinezza tormentata a casa, padre al quale si è dedicato, con la musica e con le ricerche, per tutta una vita e Syd, il “fratello” maggiore più talentuoso e trainante, inadatto alla vita e al successo.
Materiale da psicanalisi per anni, sublimato nella musica maestosa e significativamente malinconica dei Pink Floyd della maturità.
Inno alla pazzia a due voci, con Roger che portava al massimo successo possibile il gruppo con “Dark side of the moon” (un pezzo del quale si chiama concisamente “Brain damage”, per dire) e Syd che negli ultimi baloccamenti prima del passaggio dagli acidi alla schizofrenia chiamava un suo album “The madcap laughs”.
D’altronde il post sbornia di “Dark side” non poteva che essere complicato, fastidioso, altamente rivelativo.
“Wish you were here” fin dalla copertina del genio di Storm Thorgerson, è l’elegia dell’assenza e, come viene detto nel documentario, niente veicola meglio lo straniante vuoto di una esistenza di uno studio di posa hollywoodiano (vedi cover, appunto).
Oltre a dare più di un suggerimento sulla dicotomia tra il business man e l’uomo “bruciato” prematuramente.
Roger & Syd.
La meteora Barrett ha davvero scintillato per pochi, intensi anni.
Regalandoci perle di bellezza a metà tra il trasognato infantile (come la sinistra “Bike”) e il folle avanguardistico.
Melodie geniali e senza tempo come “See Emily Play”, capolavori weird ed inglesamente eccentrici come “Arnold Layne”, scorrerie psichedeliche come la magica “Lucifer Sam” o già le prime cavalcate lisergico spaziali come l’archetipica “Interstellar overdrive”.
Alla fine restano nella memoria l’aneddoto del ritorno di Barrett, silenzioso e misterioso nonché irriconoscibile negli studi di Abbey road proprio durante la lavorazione di questo album, le poche note semplici accennate da Wright durante il finale di “Shine on you crazy diamond” che riecheggiano proprio “See Emily play” ed almeno un pezzo magistrale dal testo definitivo.
Questo.

Remember when you were young, you shone like the sun.
Shine on you crazy diamond.
Now there’s a look in your eyes, like black holes in the sky.
Shine on you crazy diamond.
You were caught on the crossfire of childhood and stardom,
blown on the steel breeze.
Come on you target for faraway laughter,
come on you stranger, you legend, you martyr, and shine!
You reached for the secret too soon, you cried for the moon.
Shine on you crazy diamond.
Threatened by shadows at night, and exposed in the light.
Shine on you crazy diamond.
Well you wore out your welcome with random precision,
rode on the steel breeze.
Come on you raver, you seer of visions,
come on you painter, you piper, you prisoner, and shine!

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