La mania di scrivere

La mia insana passione trash per talent e reality mi ha portato lá dove osano le aquile : su Rai3 a vedere “Masterpiece”.
Contro ogni previsione, soprattutto la mia, lo sto seguendo con assiduità.
I casi sono due : o sono davvero appassionato dell’argomento, al punto che ne ho sempre voluto farne la mia professione (un classico), o sono marcio.
Probabilmente sono vere entrambe le cose.
Di fatto però il format funziona e solletica uno dei più grossi bacini di interessati del mondo, ma soprattutto dell’Italia.
Hanno fatto talent su tutto, anche su aspirazioni molto meno diffuse che scrivere e soprattutto scrivere un romanzo.
La rete ha attenuato questa valanga di inespresso, grazie alla facilità dei blogs, del self publishing e così via, ma la sensazione è che il rumore di fondo rimanga.
Il programma è strutturato in maniera tripartita, così come sono tre i giudici, ha un ritmo serrato, regia perfetta, ricorda vagamente “Masterchef” (eufemismo) e non si attarda ad uccidere l’interesse estenuandosi in interminabili readings.
Personalmente penso che i readings uccidano la letteratura (anche quella scarsa, soprattutto quella scarsa) e che qualsiasi testo, letto a lungo, perda in maniera clamorosa qualità, aura, precisione.
Leggere è proprio un processo mentale, al massimo fruibile in audiobook da soli.
Almeno due giudici su tre, come da regola televisiva, non brillano per empatia e simpatia.
In questo caso, parallelamente al duo Barbieri-Cracco di Masterchef, il duo dei “De” (Cataldo, Carlo) assolve al compito, mentre la pars construens è appaltata a Taye Selasi, donna di plateale televisiva avvenenza, scrittrice a me ignota (probabilmente migliore di tanti altri sedicenti esperti), esponente in quota del cosmopolitismo che apre gli orizzonti al solito molto ristretti della cultura italiota.
Al netto delle sciocchezze e delle partigianerie di opinioni ormai indurite, il tutto funziona.
All’esterno, secondo meccanismo X factoriano, il caronte è Massimo Coppola, finto simpatico in realtà molto rigoroso nei suoi pregiudizi.
Come tutti noi, peraltro.
Il meccanismo tripartito (assaggio del romanzo già scritto – prova su strada – pitch marchetta in location suggestiva con chi “ce l’ha fatta”) è inesorabile e tranchant e funziona benissimo.
Il paese dove tutti scrivono e nessuno legge in realtà viene fuori per quello che è : un paese prigioniero dei suoi molti difetti, culturalmente arretrato e innamorato volgarmente del successo numerico e monetario, dove pochi leggono davvero, soprattutto i romanzi (ormai quasi riserva indiana per donne e teens), ma neanche tanti poi provano per davvero a scrivere, soprattutto opere strutturate come inevitabilmente sono le novels.
La mania però persiste, è una pulsione mondiale, e in mille rivoli trova comunque la sua espressione.
Anche se la vecchia idea polverosa italiota del “100.000 copie con editore prestigioso” probabilmente è una concessione local che altrove verrebbe più sfumata.
Per la cronaca : anch’io sto scrivendo un romanzo.
Somebody help me.

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