Panem et circenses

Anch’io, come tutti, vittima dello stesso meccanismo mediatico e di marketing che ci permea da decenni, mi sono messo ritualmente in fila per vedere gli Hunger Games di turno.
Nell’epoca dove i film sono serializzati, sono solo per teenagers o milf e sempre, sempre tratti da romanzetti di successo, devo dire che la coppia di tonitruanti pellicole che ho visto sono tra le migliori di questo genere.
Anche perché nobilitate da “comparsate” di lusso di grandi attori che si ritagliano cachet insensati in questi blockbusters (qui Donald Sutherland, il sempre grande Seymour Hoffman…).
Se ripenso peraltro a “Twilight”, ultima serie della serie, il confronto è impietoso.
La fottuta saga vampiresca che, tra le tante colpe, ha anche quella di aver generato un indotto filmico e libresco insensatamente dedito a mille varianti sul tema, era l’apoteosi del nulla, sicuramente una delle saghe più grottescamente deboli e ridicole mai uscite in sala, sceneggiata da deficienti, recitata ai limiti del trash involontario, diretta da vari ubriachi.
In particolare il primo episodio, monumentale ed immortale ciofeca, talmente insensato da far sospettare l’operazione situazionista.
Con il vizietto tra l’altro così contemporaneo, del didascalico meccanicistico a guisa di “spiega” per le non affilatissime menti dei ragazzetti di oggi, che in parte infetta persino “Hunger Games”.
Qui però questo “stile” narrativo ha perlomeno il vantaggio di spiegare con tenera banalità dei meccanismi utili da capire per la futura vita adulta, invece che essere asservito all’inutile, demenziale descrizione di un mondo parallelo, dove domina incontrastato lo stupore e l’adolescenziale indecisione della protagonista, divisa tra due ometti, come d’habitude, in questo caso simpaticamente diversi anche per specie (il lupo e il succhiasangue).
“Hunger Games” parla in fondo della società orwelliana in cui già viviamo, fintamente divertita e ammiccante (vedi le scene del treno e le scene dello “spettacolo”), paravento per la repressione mentale ed economica più dura, dominata da falsi messaggi e improntata sul fasullo per eccellenza, il mondo della tv.
Il riferimento esplicito alla Roma antica (il mondo in questione si chiama “Panem” ma lavora molto sui circenses, come è ovvio), il nome latino di molti personaggi, tutto àncora la distopia al nuovo ma con riferimento al modello primigenio, guarda caso italiota romanocentrico.
C’è proprio tutto in questa saga wikipedia : la menzogna e l’uso dei media come controllo sociale, la politica come l’arte di smascherare il “Truman show” perenne, il gioco come metafora della vita e il gioco truccato come metafora di un mondo marcio, il tifo come arma di distrazione di massa, il reality e i 15 minuti di celebrità warholiani elevati a sistema, la virtualità e l’internet delle cose.
C’è perfino, ovviamente, il rimando all’intero mondo metafilmico del passato, con la chicca di chiamare l’artefice del gioco, il diabolico Seymour Hoffman, “Plutarch”, quasi laicizzando il più osservante riferimento “Christof” (Ed Harris), scoperta metafora nello splendido e archetipico film di Weir.
Il film, come si suol dire, “intrattiene” e rappresenta quasi un bigino di introduzione alla politica per bambini.
Veicolato dalla solita eroina, crossover evidente dei veri destinatari dell’odierna industria culturale popular : le donne, i teens.
Leggero disagio quindi del sottoscritto alla visione pubblica.
Sic.

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