Struck n. 12

È successa una cosa strana e come tale vale la pena darne conto.
Ho visto un film italiano degno di essere visto.
Come se questo fosse un paese normale, anche qui un film con una sua necessità intrinseca, una storia che andava raccontata, ben fatto, ben recitato, con una sceneggiatura giusta.
Quasi come accade spesso, ad esempio, in Francia.
E infatti questo film per almeno metà del suo percorso è ambientato proprio in Francia.
Parliamo di “Viva la libertà” di Roberto Andò, tratto dal suo libro “Il trono vuoto”, titolo molto migliore peraltro.
Un film che parla di un politico italiano di sinistra, all’opposizione, sempre più stanco e impopolare, che decide di sparire.
Al suo posto, lo staff mette il fratello gemello, filosofo, depresso bipolare, che entra ed esce dal manicomio.
Inutile che vi racconti gli sviluppi, niente spoilers ed uso di Wikipedia e Imdb, nel caso.
Un attore straordinario al servizio di questa idea notevole : Toni Servillo, forse l’unico attore italiano di livello internazionale vero.
Nel film un cameo di un altro grande del passato, Gianrico Tedeschi, confinato a teatro (felice prigionia) e tenuto ben nascosto in questo paese alla rovescia.
Toni interpreta entrambe le parti e, ovviamente, porta a casa il film in gloria.
Un film con molti temi, non solo politici, ancora adesso affascinanti : il tema del doppelgänger, il tema del fool shakespearianamente inteso, l’unico che dice la verità liberatoria e che attirerebbe, con la passione, le persone…se per caso entrasse in politica.
Un film che per certi versi, e non solo per la presenza dello stesso protagonista, mi ha ricordato nella sua malinconia profonda “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, uno dei pochi film italiani di valore di questi anni girato da un altro dei pochi che vale la pena di seguire e che ha inevitabilmente puntato spesso su Servillo per cesellare al meglio i suoi film.
Si può perfino partire dalle miserie della politica italiana, dalle timidezze e le complicità evidenti di quella che avrebbe dovuto essere l’opposizione al buio profondo di questi anni, per salire di grado e portare a casa un gioiellino con sfumature di apologo universale.
Non sorprende che Andò abbia iniziato con Francesco Rosi e lo consideri il suo maestro.
Verrebbe voglia di prendere film come questi e metterli in una teca per proteggerli dall’usura del veleno della subcultura di questa infinita decadenza italica.

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