Cherrypicking n. 14

Lontano dai miasmi e dalle nevrotiche durezze perfino delle commedie, specchio di un’Italia oltre ogni malattia, lontano dal cinema USA, perso ormai nelle sue magniloquenze inutili da adolescenti oppure imbrigliato in una continua esegesi dei generi senza un briciolo di creatività, se non con rare eccezioni, restano il cinema francese ed inglese, continuamente, ad insegnarci cosa è l’artigianato medio di livello e, spesso, l’arte.
Visti in sequenza “Nella casa” di François Ozon e “Philomena” del grande Stephen Frears, due film molto diversi, ci danno speranza e ci confermano che è ancora possibile fare cinema per adulti pensanti.
Ozon, innamorato del femminile in maniera quasi ossessiva (vedi la sua intera filmografia), imbastisce di gran lunga il suo miglior film, schierando una sceneggiatura di ferro, un giovane talento curioso, un Fabrice Luchini al solito monumentale nella parte del professore mentore e due splendide donne.
Una riflessione sull’arte e sulla rappresentazione in genere, soprattutto sulla letteratura, pur con digressioni sarcastiche legate al personaggio della moglie del protagonista (la mia attrice feticcio Kristin Scott Thomas, per esperienze di vita e di professione la classica crossover parigina-londinese e quindi perfetta per questo post) che, guarda caso, fa la gallerista.
C’est génial.
Molto cerebrale, molto francese, molto filosofico, nella sua analisi dell’estetica del romanzo e delle storie, con una sottile ansia legata al tema dello stalking e dello spiare le vite degli altri, tema che ha una lunga tradizione, da Hitchcock in poi.
Film che si chiude con l’ostentato sipario finale, chiusa ormai classica e metafora del teatro e della rappresentazione della realtà.
A mio avviso imperdibile.
Con “Philomena” entriamo in tutt’altro mondo.
Anche qui : grande sceneggiatura, con l’attore e sceneggiatore Coogan in stato di grazia, e, al solito, la divina, divina Judi Dench.
Autentico manuale vivente della recitazione, se ne esiste uno.
Una storia crudele, delineata con due tocchi da maestro, una storia lievemente e sanamente anticlericale (pur condotta con eleganza), con tocchi di dolce sarcasmo sul personaggio della Dench, sempliciotta e bigotta nonostante una vita segnata da una tragedia che ha origine in un collegio di suore.
Storia vera, peraltro, celeberrima, e per anni nascosta ossessivamente ai media come da tradizione cattolica.
Qua e là, da tradizione inglese, il sano scetticismo verso i papisti e la Chiesa romana in genere, la versione affettuosa delle stilettate di un Lord Grantham, il Wooster imperiale protagonista di “Downton Abbey”.
Ma questa è una mia piccola perversione da anglofilo.
Il film batte sostanzialmente altri lidi e racconta in fondo una storia semplice, con una classe ed una economia di mezzi che sono dei veri grandi.
Un piccolo capolavoro.

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