Cherrypicking n. 15

Dandies.
L’Inghilterra ne ha coniato il termine e ne ha generati soverchi per secoli, sia in letteratura che in qualsiasi altra arte.
Nel pop-rock, dopo la fiammata glam dei Seventies, solo Bowie è rimasto come artista universale e spendibile in tutto il globo, soprattutto oltreoceano.
Ma prima degli epigoni new romantics, gli Spands, i Durans, i Japan del grande Sylvian, solo per citare grandi gruppi e grandi musicisti impropriamente usati come boybands, negli anni 70 e 80 due grandi dandies hanno svettato nettamente.
Bryan Ferry (Roxy Music) e Morrissey (The Smiths).
I Roxy sono stati una autentica rivoluzione, alla loro uscita.
Un gruppo di sfrenati dandies iper glam scatenati al servizio di una musica straordinaria, veramente “outer space”.
Mai il decadentismo estenuato era sembrato così cool.
Bryan, cantante dalla voce inconfondibile ed epocale, come Morrissey successivamente e molti altri, era un figlio della working class più assoluta ma, a differenza di altri e soprattutto del cantante degli Smiths, è sembrato subito adeguarsi alla scalata sociale verso il jet set e la nobiltà di censo o meno.
Escapismo di lusso estremo.
Come disse qualcuno, Ferry sembrava nato per stare in tuxedo con un bicchiere da cocktail in mano.
Roxy Music, marchio perfetto per i lustrini, è un nome che in pochi anni sforna degli albums leggendari, tuttora considerati parte della crema della grande musica pop britannica, grazie anche al contributo determinante dell’altro grande geniaccio, Brian Eno, destinato a ben più sobri palcoscenici nel futuro.
Come Smiths, Japan e altri, una musica fin troppo patinata e raffinata per i gusti degli ascoltatori USA.
Un alveo di britannicità assoluta quindi li contraddistingue e in un certo senso li preserva, pur restando sostanzialmente nella categoria superstars e affini.
La parte finale della carriera, se possibile, eleva ancora di più il livello di raffinatezza quasi insostenibile della loro musica, portandoli alle vette di capolavori senza tempo come “Manifesto”, “Flesh+Blood” e l’incredibile “Avalon”.
Il frutto fecondo di questa trilogia prosegue anche nella seconda parte della produzione solo di Bryan Ferry, una sequenza di albums uno più perfetto degli altri, almeno i primi due da “Boys and Girls” in poi, a seguire una certa stasi fino al recente “Olympia” che ormai istituzionalizza il suono funky limousine ultrarifinito che è il marchio di fabbrica di questo artista immortale.
Ho visto live i Roxy in un imperdibile “double feature” con i King Crimson (altro monumento del brit rock) al velodromo Vigorelli di Milano.
Erano i tempi di Avalon e a dispetto della consueta venue improbabile italiota e dell’acustica discutibile, fu una serata di grandi brividi.
Ho visto poi almeno un paio dei patinatissimi, anche scenograficamente, tours di Bryan.
Il secondo, poi, una vera chicca per intenditori, in un teatrino di Milano, in terza fila, ad eseguire pezzi di Cole Porter e simili (anche per lui inevitabile lo sciacquare i panni nel jazz) dopo il meraviglioso album tributo “As time goes by”.
Una certezza.
Morrissey, invece, pur mantenendo l’aura glam quasi letteraria, wildiana, meno evidente e sfacciata, ha portato gli Smiths nell’empireo dei grandi “di nicchia”.
Con il semplice lancio di fiori dal palco come arma scenografica e con una cattiveria sociale di reazione post punk agli anni bui del periodo thatcheriano impensabile nell’epoca Roxy, è rimasto orgogliosamente dandy quanto orgogliosamente “commoner”, creando una musica, assieme al geniale chitarrista Johnny Marr, che è stata una felice meteora.
Johnny Marr, trait d’union con Ferry con il quale ha in seguito collaborato significativamente.
Pochi anni di Smiths (anche nel nome l’orgogliosa rivendicazione della normalità) ma una musica che ha lasciato il segno.
Due perle fra tante : questa e questa.

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