F for fake

Il profetico film del grande Orson Welles sembra la metafora perfetta dello sport attuale.
E come sempre l’Italia è in prima fila nelle classifiche negative.
I nesci dicono che tutto il mondo è paese ma chissà perché l’italietta è sempre più paese degli altri.
La terra dei mille campanili, appunto.
Le recenti dichiarazioni di Di Luca sul doping e le scommesse nel ciclismo, sulla loro pervasività assoluta, sulla inesorabilità di un sistema ineludibile, non sono certamente una novità.
Fin dai tempi di Mazzola junior, di Petrini e via via con sempre minor ipocrisia e copertura, si sono spalancate le realtà del calcio, del ciclismo e, scommetto (oops), anche di molti altri sports.
Un mio amico giornalista sportivo, recentemente scomparso, grande appassionato di calcio, mi diceva con assoluta chiarezza e ironia già anni e anni fa che credere al calcio, soprattutto italiano, era come credere al wrestling.
D’altronde la combinazione letale di showbiz e business, laddove non tocca l’essenza morale e sostanziale di altre realtà, nello sport ovviamente non può che fare danni permanenti visto che inficia la natura stessa dell’interesse, ossia l’imprevedibilità, la bellezza del gesto e della competizione leale.
E fanno sincera tenerezza, sempre più, gli ultras del calcio italiota che credono fermamente al giocattolo al punto da farne il centro della loro povera esistenza, fino a immolare soldi, fegato, spesso le ossa, al totem pallonaro.
Personalmente non penso esistano ricette efficaci per uscire da questa morsa.
Il paradosso è che se sono tutti dopati, alla fine i risultati dovrebbero essere realistici, semplicemente con uno step superiore.
L’onnipresenza del denaro, della rete e di tutto il resto rende, imho, praticamente impossibile un controllo efficace.
E credo che la repressione regolamentare, giudiziaria, anche se inevitabile, abbia le caratteristiche tipiche di fenomeni analoghi : è tardiva, inefficace, sempre meno informata delle controparti negative.
Il problema vero è la disaffezione, crescente, delle masse più allenate e intelligenti, sia per l’effetto dell’overdose informativa sia per la stanchezza degli anni che passano sia per la scarsa credibilità dello spettacolino.
Dio è morto e solo qualche credulone, così come nello spettacolo analogo delle religioni, può ancora aggrapparsi al simulacro.
Lontani i tempi dell’attesa messianica del secondo tempo in bianco e nero della partita di maggior rilevanza del campionato.
In questo rollerball continuo di dirette, anche dagli spogliatoi, e su mille piattaforme, l’iperconnesso utente, tra un touch e l’altro, comincia a confondere la natura del gioco.
E attende i titoli di coda.

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