La grande bellezza

È del poeta il fin la maraviglia, diceva Marino, poeta barocco.
E Roma è la capitale mondiale del barocco.
Partendo da questo presupposto artistico e mixandolo con la descrizione precisa, entomologica della decadenza morale, estetica, culturale italiana, Sorrentino, forse l’unico regista nostrano dotato di uno “sguardo”, tocca con “La grande bellezza” vette difficilmente superabili, perlomeno al di qua delle Alpi.
Dopo i Globes e in previsione di un possibile Oscar è lecito chiedersi quale sia il destino di questo film straordinario, visionario, barocco, eccessivo ma non perfetto.
Difficile maneggiare temi e forme di questo tipo tenendo alto il livello.
Trovo miracoloso che Sorrentino ci sia riuscito per quasi tutto il suo non brevissimo film.
All’estero amano spesso pellicole che eternano l’italianità così come viene vista al di fuori dei nostri confini.
A partire dal neorealismo in poi, penso a Fellini e alla sua provincia visionaria (molto, molto più delicata, in fondo, della galleria di mostri moderni di Sorrentino), al capolavoro di Tornatore, al “Postino”, perfino al Mediterraneo di Salvatores…
Questa è la versione aggiornata dell’italianità, grottesca, amorale, un misto di sacro e profano intrecciati nella volgarità e nell’arte.
Due sono le poetiche che si rincorrono in questo film divagante, quella descrittiva e spietata che analizza lo spreco esistenziale, materiale, culturale dei “quasi disperati” (come dice ad un certo punto Jep-Servillo) delle feste e delle terrazze romane.
Sociologicamente una analisi accurata dell’Italia peggiore, soprattutto nelle sue derive dell’ultimo ventennio.
Ma non solo.
La seconda è, più strutturalmente, la riflessione sull’arte e sui suoi misteri e trucchi, così come viene rivelato nella folgorante scena finale, di poco successiva ad una scena “con giraffa” che non dimenticherete facilmente.
La pars construens, se vogliamo, è proprio questa riflessione sulla bellezza che ha l’ultima parola con un beffardo e originale “happy ending” di rara potenza.
Si divaga, si chiacchiera, si passeggia, si fanno cose e si vede gente senza un vero centro.
E il film, meravigliosamente, ha la stessa struttura dei suoi temi.
Altro merito non da poco : estrarre poesia da argomenti ed ambienti così degradati e degradanti, estrarre poesia pure da attori improponibili sulla carta, vecchie conoscenze del sottobosco, spesso piccolo, molto piccolo, della televisione e del cinemino di seconda mano.
Qui si vede davvero e si tocca con mano l’importanza della regia, soprattutto quando dotata di una tecnica e di una visione realmente superiori al mainstream quotidiano.
E con una sceneggiatura che mantiene la barra sul percorso esistenziale di Jep / Servillo, protagonista nostalgico e disilluso, ennesimo Virgilio in questa discesa agli inferi che assomiglia molto ad un incubo, versione distorta e acida dell’onirismo felliniano.
Una sceneggiatura che contiene molti momenti e frasi che restano indelebili nella memoria, pur con qualche caduta sporadica di tensione e finezza.
Sul protagonista nessuna sorpresa.
Servillo è ormai con certezza assoluta il numero uno in Italia e uno dei pochi all’altezza delle “meraviglie” e delle sfumature di attori e attrici che stanno altrove.
Impensabile un film come questo senza gli sguardi cinici e infinitamente stanchi e beffardi di Jep.
Film molto italiano ma al tempo stesso di respiro internazionale, molto ambizioso (merce rara nel commediume generale e nella poetica del tinello che attraversa gran parte del cinema italiano), regia di gran lusso.
Non poco di questi tempi.

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