Il primato del carino

Recentemente sul suo blog Roberto Cotroneo, con la consueta affilata finezza, ha usato come metafora per descrivere la parabola della letteratura quella del big bang.
Vale per tutte le arti all’alba del 2020.
Da un grumo esplosivo, contiguo, compresso, verso una polverizzazione sempre più evidente.
Atomi qua e là, nessuna vera cultura del tempo, nessun filone.
Se guardate i libri di storia di qualsiasi arte partono belli compressi, forti anche della sedimentazione dell’età e del tempo, e parlano di movimenti, di modi, di caratterizzazioni precise.
Poi si sfaldano sempre di più in un elenco di nomi, sempre più monadici, isolati e senza apparente riferimento.
Forse fra duecent’anni si parlerà in maniera ordinata e chiara anche di questa nostra epoca.
In realtà io penso che ci sia di più.
Ho letto da poco il “nuovo” Nick Hornby (“Juliet,naked”. Tradotto ovviamente “Tutta un’altra musica”).
Ho sempre amato, per motivi generazionali, questo scrittore.
Ecco uno di quelli che riconosci al volo come compagni e affini in questo giro di pianeti.
Autore di due dei libri più divertenti e “generazionali” che io ricordi : “Febbre a 90” e “Alta fedeltà”.
Eppure.
Eppure anche lui è nel big bang.
Ci sono quelli che scrivono come Martin Amis (sic), ci sono quelli classicheggianti, ci sono quelli che scrivono romanzetti per alimentare donne e teenagers, ci sono quelli che scrivono i libri carini.
Il carino è la categoria estetica impropria che più dilaga negli ultimi trent’anni, assieme all’iperviolenza, spessissimo gratuita e falsamente icastica.
Si può dire di centinaia di film che dimentichiamo dopo pochi secondi, come di molte serie tv.
E lo diciamo pure dei libri.
E Nick, dopo una breve stagione di livello superiore, è tornato velocemente e sempre più stancamente nell’alveo inesorabile e velenoso del “carino”.
Certo, è sempre un bel cadere rispetto a molti altri e il ragazzo vale sempre la nostra visita.
Eppure continua a parlare delle proprie ossessioni, che sono spesso le nostre e girano spesso attorno alla musica, arte suprema…è il concetto di “necessità” che comincia a svanire.
D’altronde il supermercato di tutto che è ormai diventata la nostra intera vita ci obbliga, chi più chi meno, a presentare in tempo la propria mercanzia.

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