Brianza velenosa ?

Ogni tanto la apparentemente sonnolenta Brianza approda alle cronache nazionali e non sempre per buoni motivi.
Le polemiche seguite all’uscita de “Il capitale umano” di Virzì ne sono un buon esempio.
Eppure questa terra ha molti modi di farsi perdonare i suoi difetti che sono, secondo me, semplicemente lo specchio di un paese.
Perché anche la Brianza è in Italia e questo mi sembra il suo unico limite vero.
Con tutto il corollario di meschinità piccolo borghesi che accompagna una certa Italia produttiva e non.
Anche il grande Lucio Battisti (o meglio, Mogol) parlava in un famoso verso di “Brianza velenosa” ma poi ci abitava.
Così come Celentano ed altri personaggi qui felicemente reclusi.
La Brianza mi è sempre sembrata un concept extraitaliano applicato all’Italia e a Milano in particolare.
Un concept che oggi più che mai sembra quello vincente.
Mi spiego meglio.
Ho abitato in passato in Brianza, non proprio nella sua “capitale”, dove abito adesso, ma vicino.
Allora il mondo era molto meno connesso, lo spostamento delle persone e delle merci era una cosa più complicata e la globalizzazione era una parola sconosciuta o quasi.
In quel mondo lì, la Brianza era davvero piuttosto lontanuccia dal centro di gravità permanente, Milano, e quindi pagava il suo felice isolamento e la sua tranquillità e il suo verde esteso con una effettiva distanza dal centro pulsante di molte cose.
Era quindi inevitabile, per le vecchie generazioni brianzole, ragionare in maniera “centrodipendente”, una fisima tipicamente italiota, e quindi vivere fondamentalmente in un dormitorio di lusso abbastanza lontano da tutto.
D’altronde molti anni fa con i miei occhi ho visto chiedere a qualche italopiteco il centro perfino a Los Angeles.
A Londra, città che conosco bene (eufemismo), questa mentalità è sempre stata completamente rovesciata, anticipando la futura, postmoderna globalizzazione.
Cosa più semplice, tra l’altro, pur in una città dalla storia e dalle dimensioni monumentali che sono tipiche della capitale britannica, grazie soprattutto ad un sistema di comunicazioni nettamente superiore.
Di fatto la borghesia affluente lì ha sempre disdegnato di vivere…”in centro”, preferendo sempre i quartieri attorno o addirittura le enormi fasce all’esterno del West End e del primo giro di metropolitana.
Pur avendo dimensioni enormi da coprire rispetto ad un brianzolo o milanese.
Oggi che lo shopping è uniforme e globalizzato ovunque (gli stessi negozi dappertutto), che gran parte delle attività umani corrono sulla rete e non per strada, perfino gli italioti hanno capito che vivere “fuori” è meglio.
E in effetti ogni volta che torno (sempre più raramente) nella triste e grigia Milano provo sincera compassione per le anime perse che tuttora vivono in quella città inutilmente caotica che ha tutti i difetti delle megalopoli pur essendo in realtà una metropoli piccola.
Le recenti, notevoli migliorie alla viabilità hanno anche ormai abbreviato le reali distanze con ovunque, non solo Milano, e quindi si può godere appieno di una location invidiabile e con pochi corrispettivi nel Nord Italia, una specie di piccola Toscana che arriva fino alle soglie delle Prealpi e delle Alpi, in una successione continua di ville, parchi e luoghi oggettivamente insospettabili.
Io abito vicino al Parco e alla Villa Reale e francamente lo trovo un privilegio difficilmente superabile.
La possibilità che questa città permette, ad esempio, di vivere in bici (un centro delizioso, completamente pedonalizzato e ricco di storia) e la vicinanza a uno dei pochi parchi italiani a livello di quelli europei, inglesi in primis, diventano vizi ai quali è poi difficile rinunciare.
Qualche giorno fa, ad esempio, ho “battezzato” la primavera con un giro nel parco, un ottimo hamburger sotto la torre medievale di uno dei tanti ristori e un salto alla splendida, elegantissima mostra di “Amore e Psiche” nel Serrone della Villa Reale.
Ne parla anche il neonato blog CatARTica che saluto con affetto e che descrive nel dettaglio questo gioiello.

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