Il teatro di Roman

Roman Polanski è sempre uno dei pochi registi che valga la pena di seguire, un autore nel senso nobile del termine che non ha perso un grammo della sua energia, della sua provocatorietà e del suo interesse squisitamente intellettuale.
Le sue note traversie personali nonché il passare degli anni l’hanno confinato sempre più nel buen retiro parigino.
E qui ha girato i due suoi ultimi film, due capolavori, tanto per cambiare.
Di chiaro e solido impianto teatrale e quindi ancorati a testi di platino che, come tutte le partiture, richiedono interpreti all’altezza.
“Carnage”, tratto dalla piece “Il dio del massacro” della Reza, visto già in passato, è un gioco…appunto, al massacro, che sembrava già nato per lo sguardo di Roman : spiazzante, crudele.
Il successivo “Venere in pelliccia”, tratto dalla piece di David Ives, prolunga la fascinazione di questo cineteatro lisergico.
In entrambi i film inquadratura ipnotica ed “ambientale” iniziale e finale e, in mezzo, teatro, tanto teatro.
Nel primo caso ambientazione fittizia newyorkese (in un film peraltro girato senza mai allontanarsi un minuto da Parigi) e la scena che è un appartamento.
Nel secondo caso direttamente il teatro di prova.
Di “Carnage” si era già parlato : un capolavoro di perfezione scenica, illuminato da una interpretazione superba di un attore meraviglioso come Christoph Waltz, capo danza tra pares di livello eccelso (John C.Reilly, straordinario, Kate Winslet, Jodie Foster).
La Venere viaggia sui canoni polanskiani per eccellenza : la violenza nei rapporti interpersonali, il ruolo della donna, quasi demoniaco.
Una specie di sequel di “Luna di fiele”, uno dei film più straordinari, rivelativi e disturbanti di Roman.
E sempre la sua compagna, quella che era una volta solo una bella ragazza dal fascino conturbante e che oggi è anche una attrice potente.
La facilità con la quale entra ed esce dal personaggio nelle strepitose scene delle prove “improvvisate” è magistrale.
Perfetta controparte, l’ennesimo magico attore d’oltralpe, Mathieu Amalric, clone perfetto dell’immenso regista e vittima designata nel gioco continuo di rovesciamenti di potere, fino al finale quasi ritualistico.
Come in Carnage si arriva alla fine dell’opera increduli che sia già finito tutto.
Nessuna claustrofobia, nessun senso di costrizione.
Quando il cinema è grande, vola ben oltre le presunte limitazioni di tempo e spazio.

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