Les herbes folles

Sono proprio un bieco intellettuale.
Il problema è che non me ne vergogno affatto, anzi.
Come mio omaggio personale al maestro recentemente scomparso, mi sono visto uno dei pochi film di Alain Resnais che non avevo ancora degustato.
Il recente “Gli amori folli” (solita traduzione bislacca del molto più significativo e congruo, soprattutto guardando il film, “Les herbes folles”), del 2009.
Ho sempre pensato a tre registi che amo e che sono nati tutti nella “nouvelle vague”, Chabrol, Resnais e Truffaut, come all’equivalente filmico di altri tre grandi francesi, Ravel, Satie e Debussy.
La profondità drammatica, il gioco intellettuale e il romanticismo impressionistico.
Mi chiedo chi mai farà più film come questi tre.
O come “Jules e Jim”, recentemente riguardato, classico del passato, Truffaut d’annata (anche se io ho amato moltissimo i film apparentemente minori come “Le due inglesi”), film libero dentro e così scevro da ogni concessione al naturalismo piatto e scontato.
In fondo, diciamocelo, il 90% di quello che leggiamo e guardiamo è prevedibile, scontato, naturalistico.
Sono poche le eccezioni a questa regola e quasi sempre creano simmetrie artistiche che “sistemano” la realtà in maniera assolutamente non naturale ma che simula il reale e la sensatezza, dandoci quell’illusorio senso di credibilità che appaga naturalmente, come un accordo prevedibile, eufonico e in linea con i canoni della tonalità.
Ecco, con Resnais, soprattutto con lui, siamo molto lontani da questo schema.
Il classico film francese per chi teme i film francesi.
Una specie di Lynch meno ossessivamente deviante ma più cartesianamente inquietante.
Ho amato molto, davvero molto, i divertissements degli anni 90, soprattutto quelli tratti da un altro grande, Alan Ayckbourn.
“Parole, parole, parole… (On connaît la chanson)” e soprattutto “Smoking / No smoking” sono degli autentici capolavori di cinema puro, combinatorio, mentale.
E anche in questo il gioco è giocare con le convenzioni, in questo caso filmiche.
Tutto il film è un gigantesco gioco di specchi dove la trama è puro pretesto (cosa che fa imbestialire molti ma che io trovo sublime e necessaria spesso e volentieri) e si gioca il gioco dei canoni e dei generi.
Una vera sarabanda che sbeffeggia tutto e tutti e che porta lo spettatore in ricognizioni sempre sorprendenti sulla natura delle aspettative e dei cliché della settima arte.
Lo sguardo è quello che caratterizza i grandi registi e Resnais è inconfondibile.
Oltre che spiazzante, sempre.
L’antinaturalismo militante e il gusto per la boutade e lo spiazzamento rendono Alain un eterno giovane mai cresciuto.
Partitura raffinata per menti molto aperte, regia elegantissima, attori della solita squadra del nostro, maestri delle sfumature (Dussollier e Azèma).
E un finale sconcertante, entrato nella leggenda, sui quali molti si sono impegnati alla “spiega” senza che sia sensato, secondo me, cercare per forza una definizione.
La mia idea a riguardo, comunque, è questa.
Se in un film si vuole giocare con le idee del pubblico sui generi (poliziesco, sentimentale, comico e così via) e addirittura si allestisce un finale finto con bacio dei protagonisti prima della fine della pellicola, è chiaro che il vero finale vuole essere l’ultima pernacchia.
E infatti, dopo la morte dei personaggi, si allestisce uno splendido piano sequenza allegorico e lynchianamente inquietante, tra tombe e vie di campagna, per poi entrare in una casa mai vista, con personaggi mai visti e una bambina che dice l’ormai immortale battuta “Quando sarò un gatto, potrò mangiare i croccantini?”.
Random puro o allusione alla reincarnazione? Flashback o flashforward?
La mia versione è : finale qualsiasi per sventrare l’idea del finale “conclusione” e “spiegazione”.
Chiamatemi scemo ma io amo queste cose e amo pensare “dopo” a film sciarada, soprattutto se girati e recitati con questa classe immensa, come in una partitura mozartiana.
È grave, dottore?

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