Confronti

Il problema è che adesso, più che mai, la rete e l’informazione abbondante permettono dei riscontri immediati, permettono un confronto che mette al muro qualsiasi tentativo di mistificazione e di provincialismo.
Anche se gran parte della società italiana è fatta da persone talmente imbevute di ignoranza e ideologia da rifiutarsi di vedere l’evidenza.
Non c’è come una campagna elettorale, ufficiale, non permanente come capita da sempre qui, per accentuare il disagio di essere in questo paese.
Se guardiamo solo la settimana scorsa sono “successe” talmente tante cose sgradevoli e insensate che la sola visione dei giornali e della televisione rende difficile la digestione.
In testa alla classifica la schiera di droni, spesso ultimamente femminili, sia del PD che del PDL, maestrine dell’ottusità e della testa che viene scossa ritmicamente a favore di telecamera come a simulare comprensione vera e quindi dissenso motivato.
Io le chiamo le regine naysayers, ultima incarnazione del delirio politichese italiota.
Il mondo fatto alla rovescia ha un grado di pervasività tossica che fa male a livelli quasi insostenibili e gli esempi “impossibili altrove” sono infiniti.
Diventa difficile quindi sostenere la famosa autoconsolatoria teoria del “bel paese” e della “brava gente”, già ampiamente ridicolizzata dalla storia (sempre che la si conosca).
L’italiano medio ama molto lamentarsi ma in fondo in fondo ha una visione nettamente sopravvalutatoria del paese in cui vive.
La forma più sofisticata di campanilismo è quella sottilmente autoconsolatoria nazionale.
Al di là del basso continuo della lamentela, alimentata da una politica e da una società in genere che forniscono inesauribili motivi di sdegno.
Col tempo ho quindi imparato a fare la tara e a distinguere il vero antiitaliano, quello profondo, quello sofferente per davvero dal solito italiota “chiagni e fotti”.
La percentuale di connazionali che vivono davvero come in esilio, consapevoli della gravità del tumore culturale, eredi di una lunga tradizione anche di letterati, di artisti, di politici ed imprenditori fuori dal coro, secondo me non supera il 20% della popolazione.
Una cartina di tornasole della visione miope nazionalpopolare sono cibo e valutazione “turistica” dell’Italia.
Provincialismo e campanilismo, due delle peggiori zavorre mentali del paese, giocano qui un ruolo preponderante.
L’italiano medio pensa di vivere nel paese più bello del mondo (la retorica permanente dell’ “80% delle opere d’arte del pianeta sono qui”) e dove si mangia meglio.
E gran parte di questa popolazione, restando qui o uscendo male, ossia con il paraocchi mentale, resta convinta di queste due sciocchezze.
Non c’è dubbio che l’Italia abbia una grande tradizione gastronomica e che sia uno dei paesi con più storia “evidente”.
Ma questo ovviamente non esclude che altri paesi, soprattutto in Europa, siano tranquillamente paragonabili, con la differenza che altrove il livello culturale e sociale siano tali da valorizzare al meglio i patrimoni.
E con la non piccola differenza che in quasi tutti gli altri parametri di “benessere” (in senso lato) siano anni luce avanti.
Regna il paradosso che ho sempre evocato all’estero : vedere opere d’arte italiane fuori dai confini nazionali è in genere il modo migliore per vederle.
Onde evitare le mille tragedie pompeiane di turno.
Una notizia : l’Italia NON ha, peraltro, l’80% delle opere d’arte etc etc…è un calcolo sbagliato, ma è un calcolo litania che serve sempre nell’eterna retorica del dibattito politico italiano.
Sul cibo, poi, la grande forza dell’Italia, la varietà legata alla cultura contadina “povera”, sta velocemente diventando, in epoca di globalizzazione sofisticata, un limite.
Al punto che la vera enogastronomia italiana viene “preservata” da figure a tutti note, ad esempio Carlo Petrini, perché la sciatteria e la cialtronaggine culturale e sociale del paese che la ospita, la sta seriamente mettendo a rischio definitivamente.
Nel mondo si mangia bene ovunque, come chiunque abbia girato per davvero sa, è solo una questione di budget, ma soprattutto di occhio lungo e cultura.
Ad esempio la banale cultura di “sapere” le varie gastronomie e non cercare, secondo il classico meccanismo beota, lo spaghettino a Kuala Lumpur.
Nel paese degli “omnia immunda immundis”, pensare male è uno sport nazionale.
In questo cupo declino non stupisce che l’emigrazione dei giovani, da economica stia diventando culturale.
Basta leggere le testimonianze in rete di moltissimi giovani italiani.
Al netto delle nostalgie per amici e parenti (un classico inevitabile), la distanza e l’immersione in mondi diversi acuisce il disprezzo per la madre patria e amplifica una visione esatta di un paese già marcio di suo, ma, dopo questi ultimi, terrificanti vent’anni, completamente perso ormai per ogni discorso moderno e sensato.

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