Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio

Le meravigliose prolusioni su Sky di quel raconteur di gran classe che è Federico Buffa hanno accompagnato i miei giorni di avvicinamento ai Mondiali, evento che in altre ere geologiche della mia vita attendevo quasi messianicamente.
Era IL vero evento sportivo, amplificato dalla rarità dell’evento stesso (come le Olimpiadi) e da una cornice, un mondo, indubitabilmente più romantici e meno inflazionati mediaticamente.
La splendida frase di Mourinho è stata il naturale cappello ai racconti di Buffa, una frase rivelativa non solo dell’intelligenza nativa, superiore, del portoghese ma anche una frase applicabile praticamente ad ogni ambito umano.
Perché nella vita esistono i soldatini più o meno inconsapevoli ma fortunatamente anche quelli che hanno una visione dall’alto, quasi extra personale, che fa comprendere l’importanza della cultura e di una visione più ampia per fare meglio qualsiasi compito, anche il più semplice.
Buffa sicuramente appartiene a questa seconda categoria e la sua dialettica curiosa, ricca di cultura e sensibilità autentiche, è una vera gioia ed eleva l’umile football a categoria del pensiero, snodo sociale, segno dei tempi.
Anch’io ho i miei ricordi, come tutti.
Il primo mondiale televisivo in diretta della storia è anche il primo mondiale di cui ho vaghi ricordi.
1966. In Inghilterra. Quest’isola è proprio un turning point perenne nella mia vita.
Il primo mondiale davvero vissuto è quello, leggendario, di Mexico ’70.
A mio avviso, assieme a quello dell’82, il mondiale più emotivamente leggendario per un italiano, e non solo per motivi sportivi.
Talmente iconico che per anni il mondiale di calcio è sempre stato chiamato “Mundial”, riecheggiando l’ambientazione linguistica spagnola dei due mondiali per eccellenza.
Anche calcisticamente, a mio avviso (e non solo), le due nazionali più archetipiche e forti della storia.
Ricche di uomini, di grandi storie, di friulani di ferro e toscani, della consueta sapienza difensiva italica, del magico equilibrio di cui ha pontificato per anni Brera, dei maggiori talenti della storia del football tricolore.
Nel ’70 le immagini sgranate del bianco e nero, gli orari insoliti, la consueta crescita eroica della squadra…tutto ha contribuito al mito, incluso questa canzone che nasconde postumamente in sé il segreto di quell’epoca felice in maniera diabolica.
Mexico ’70 è anche il mondiale della epica Italia-Germania.
Devo a mio padre, come sempre compagno di grandi visioni calcistiche e non solo, il poter dire : io c’ero.
La sera dell’incontro ricordo con chiarezza un nubifragio e conseguente blackout nella zona dove abitavamo.
Andai a letto partendo dall’ingenuo presupposto di rinunciare alla partita.
Ovviamente mio padre non ci pensava nemmeno e mi svegliò nel pieno della notte comunicandomi l’insano proposito di portarmi dalla nonna a vedere il match.
La nonna abitava a 10-15 km, era fuori dal blackout e in epoca pre-cellulare potete immaginare bene cosa potesse comportare la cosa.
Superato lo shock la nonna ci presentò un brunch ante litteram notturno sontuoso (le nonne di una volta e la cucina : un rapporto quasi carnale) e seguì con noi con tanto di urla finali una delle partite oggettivamente più incredibili della storia del gioco, una vera epopea.
Quella nazionale ricca di campioni ormai stremata perse la famosa finale dell’Azteca con un Brasile atomico, una delle macchine da calcio più geniali e belle mai viste.
Nel 1974 ero ormai un fan e ricordo bene la tragicomica partita con Haiti (in montagna con la scuola) seguita dalla fascinazione orange della prima grande Olanda e la delusione per la finale persa con la Germania.
Mi andò di traverso la pizza con i parenti e iniziai la mia lunga abitudine all’idea difficile che il mondo non si incarica di renderci felici (copyright : mia moglie) e che la determinazione feroce è anche fortunata e spesso supera il talento, la spensieratezza, il romanticismo.
Tutto questo calcisticamente si declina con un altro grande aforisma, quello del britanno Lineker : “Il calcio è uno sport semplice: si gioca in undici contro undici e alla fine vincono i tedeschi”.
Nel 1978 il mondiale triste e truccatissimo dell’Argentina militarizzata vide soprattutto la nascita della nazionale bearzottiana, un uomo che ha meritato interi romanzi, come quello splendido di Garanzini, un altro della categoria di Buffa.
A detta di molti la miglior nazionale mai vista, secondo me il prologo di una nazionale giunta a maturazione con l’82.
L’82, appunto, per molti di noi IL mondiale.
E non solo per la vittoria insperata e leggendaria di una nazionale straordinaria.
Le epiche partite con Brasile ed Argentina, l’inizio del miracolo, le vidi in religioso silenzio e senza distrazioni con mio padre, con apposite uscite anticipate dall’ufficio e preparazione psicofisica come per un impegno diretto.
E un dialogo tecnico continuo tra di noi davvero monumentale.
Per la finale invece tutti divisi, con rispettivi gruppi di amici, e i miei in pieno delirio a festeggiare perfino in Piazza Duomo a Milano.
L’86 è il ritorno in Messico, meno romantico, più consapevole : ovviamente il mondiale di Diego Maradona, un mondiale vinto quasi praticamente da solo.
Quasi come quello del ’90, quello italico.
Nella terra dei borboni e dei barboni non manca mai, nelle grandi occasioni, il consueto gusto nazionalpopolare, secondo me rappresentato appieno dall’orrenda canzonetta che tutti ricordano, altro che Mina e il samba jazz della piacevole ossessione del ’70.
E in un certo senso anche da Schillaci, versione “popular” e incompiuta del Paolo Rossi del mundial.
Per me e la mia generazione il mondiale di passaggio.
L’Italia, come dice giustamente Buffa, era un paese depositario dei suoi consueti problemi ma fondamentalmente all’apice finale del suo benessere iniziato nel dopoguerra, alla vigilia del terremoto Tangentopoli (rivelatosi ovviamente poi illusorio nella sua palingenesi) e calcisticamente al top di tutto.
Tutti i campioni venivano da noi, ed erano fuoriclasse assoluti come Platini, Maradona, Matthaeus e mille altri, i club dominavano le coppe e gli stadi erano sempre pieni e non ancora devastati fino in fondo, come adesso, da hooligans, degrado e crisi economica.
L’Inghilterra, invece, era alla vigilia della svolta : dagli hooligans e dal bando delle competizioni alla rinascita e alla Premier moderna, ricca di campioni, di stadi meravigliosi e della consueta civiltà sportiva anglosassone che si riprende il gioco.
Mondiale di passaggio appunto, dall’infanzia più o meno prolungata alla vera vita adulta.
Vidi anche la mia prima e finora ultima partita di un mondiale live : quel quarto, Germania-Cecoslovacchia, al quale partecipai con grande emozione e che mi mise al cospetto dei futuri campioni del mondo (i tedeschi : potevamo dubitarne?).
1994 in Usa : le follie e la fortuna smisurata del sopravvalutatissimo Righetto Sacchi, le polarità zona-uomo della critica nostrana guelfoghibellina, il caldo epocale, un mondiale vissuto quasi in vacanza, sul lago, con un amico appassionato.
Lunghe sessions di videogiochi calcistici e serate birra-anguria secondo tradizione.
Eravamo già nel nuovo mondo.
1998 : il mondiale della Francia, il calcio champagne di Zidane e Deschamps, più concreti dei grandi del passato (Platini-Giresse-Tigana : uno dei centrocampi più visionari della storia), e il mio tifo sfrenato per loro contro il Brasile di Ronaldo, fino alla non scontata vittoria.
2002 : un mondiale già stranamente globalizzato, in Corea, ampiamente pilotato, con semifinaliste bislacche come Corea e Turchia. Finale vista in vacanza con gli amici come 4 anni prima, sulla mia isoletta italiana di elezione (lunga storia…), finale insolita tra un Brasile ronaldiano all’apice e una Germania che iniziava a rialzare il capino dopo anni di insolita mediocrità.
2006 : il mondiale della più fortunata Italia di sempre, brutta, non simpaticissima, una finale vista con un certo freddo aplomb nel solito posto vacanziero, nonostante la vittoria storica.
Per molti di noi uno dei mondiali che più ci hanno fatto notare il distacco emotivo rispetto al passato e non solo per l’arrivo tardivo della maturità ma anche per i meccanismi di un mondo, quello odierno, che non è fatto per creare epopee ed emozioni vere, non plastificate.
A parte la consueta vittoria con la Germania, una specialità tutta italiana, bestia nera dichiarata di una delle nazioni più vincenti ed ostiche di sempre, sulla falsariga di quello che sarebbe successo perfino all’Italia piuttosto mediocre di Prandelli dei recenti Europei.
Anche lì una sola partita buona in mezzo a noia e mediocrità dilaganti fino alla squallida finale con la Spagna, una delle figuracce peggiori, imho, della storia del calcio italiano.
Che avevano pure vinto i mondiali del Sudafrica del 2010, appunto, mondiali globalizzati, discretamente dimenticabili e con l’Italia peggiore di sempre.
Visti a casa, con rituale blackout, ma a mille miglia emotive da quel 1970 e da “quel” blackout.
E il cerchio si chiude.

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