Cherrypicking n. 17

Ultimi bagliori di brit pop?
L’antica arte albionica di cesellare pop magico e meraviglioso, sotto varie forme, non è mai tramontata veramente dai primi anni sessanta.
Rappresenta quella spinta che più di ogni altra ha elevato la musica “commerciale”, il pop-rock, da arte minore a vera e propria colonna sonora dei nostri tempi, vera e propria musica per le menti moderne, più del jazz stesso, eternamente e sontuosamente derivativo, o tantomeno della classica, sempre più confinata nell’elitarismo della musica contemporanea, apprezzata solo da qualche maniaco come me.
Eppure…questi anni 2000 stanno facendo vacillare molte certezze.
Sempre più rarefatta la musica di qualità, sempre più frammentato il panorama, perfino Britannia non manda più i bagliori di una volta, o perlomeno non con la stessa frequenza, per attardarsi nel rap, nel pop plastificato tanto di moda oggi, e in mille altre derive drammaticamente non decisive.
Dall’albero maestro dei Beatles, dei meravigliosi Kinks fluisce la corrente maestra, con mille epigoni, tra cui amo ricordare i più grandi, gli Xtc, forse il gruppo più genuinamente “inglese” di tutti i tempi, degni figli del gruppo del grande Ray Davies.
E si sono appaiate le due derivazioni del “progressive”, il romanticismo visionario in musica, con gruppi inarrivabili come Genesis, Yes, tutto il grande filone di Canterbury, e del decadentismo arty (dai Roxy fino ai Japan, e oltre fino a Spands, Durans…).
Negli anni ’90 “brit pop” è diventato un brand, un marchio, secondo le regole del tempo.
E ha visti contrapposti Oasis e Blur, due epigoni derivativi, di alterno livello, ma soprattutto molto diversi fra loro.
Nel deserto che già negli anni ’90 si vedeva distintamente arrivare, capisco bene che la musica dei simpaticissimi fratelli Gallagher, sia stata vista proprio come un’oasi in un mare di musica inutilmente irritante.
Sono, direi, l’ala lennoniana del post brit pop, come icasticamente espresso dal finale di molti loro concerti, nel quale scendeva spesso una enorme tela con l’effigie del grande occhialuto al quale si inchinavano rispettosamente tutti i componenti del gruppo.
Meno morbida, più rock e meno incline ai compromessi.
Blur, fedeli al nome, sono più confusi ma, spesso, anche più interessanti.
Ridurli all’ala “maccartiana” della filiazione “fab” mi sembra abbastanza riduttivo.
In realtà in loro e soprattutto nel leader Damon Albarn risiede un’anima inquieta, aperta a molte influenze, passibile di grandi cambiamenti come l’ultimo album “solo” del nostro dimostra.
Un album che ha la malinconica, nostalgica tristezza dell’uomo intelligente.
Al di là degli ultimi fuochi degli epigoni dove vedo, anche episodicamente, il futuro di questa eterna corrente?
Lo vedo in Syd Arthur, un gruppo che già nel nome ha le stimmate dell’ispirazione (Barrett…), che ha tra i componenti il nipote di Kate Bush (!), che suona il violino, ovviamente (buon sangue non mente mai), come in una continuazione dinastica che già la seconda parte del nome fa presagire (Arthur, appunto) e che ha impresso a fuoco il logo “Canterbury” sulla loro musica così antica e così stranamente moderna.
Lo vedo in Spacehotel, un quasi misconosciuto single act di un britanno con cui interagisco su Twitter, degno e spesso sontuoso epigono dell’ala “decadent-arty”.
Sembrerebbe che sia lecito sperare ancora nella grande isola.

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