Globish

Sono un ottimista.
Nonostante tutto e a dispetto di ogni nefandezza che l’oltraggiosa fortuna (per dirla col Bardo) si incarica di sciorinarci, l’approccio è sempre quello del “metterci mano” e impegnarsi per migliorare la propria sorte.
Non che a lungo termine non resti pessimista.
Keynesianamente “a lungo termine saremo tutti morti” e peraltro non amo indugiare sulle spiagge del “wishful thinking” più irrazionale.
Più che altro lo trovo una perdita di tempo. E una posizione inconciliabile con la vera onestà intellettuale, che non ama le scorciatoie e gli ideologismi fideistici troppo facili, visto che nessuno di noi davvero ne può sapere qualcosa.
Ma ciò non mi impedisce l’approccio positivo nel breve che, se ci pensate, è l’unica cosa che possiamo realisticamente fare, visto che il passato è passato, nonostante “si ripresenti” come una cena andata a male spesso e volentieri, e il futuro sia visto spesso come una costante ansiogena minaccia, se ci si lascia prendere troppo la mano.
Applichiamo tutto questo alla politica ed alla economia mondiali attuali, la declinazione globalistica che è il capitalismo attuale.
Le crisi economiche riportano a galla, come funghi velenosi, tutti gli estremisti del mondo.
E quindi non manca in questo triste periodo una pletora di personaggi strani che dicono ogni cosa, complici la smemoratezza degli uditori e il baccano della comunicazione che copre ogni tipo di voce.
In genere amano trovare capri espiatori facili (gli immigrati, i cinesi, le banche e così via) oppure affidarsi a teorie cospiratorie varie dandole per scontate.
La realtà è talmente complessa che in parte li perdona perché una parte di verità spesso si trova in qualsiasi voce, perfino la più improbabile.
Ma è la teoria sottostante che smaschera l’ideologia e il partito preso, cose che allignano come una mala pianta in ogni lido del mondo, soprattutto da queste parti, come ultima Thule del guelfo ghibellinismo che è il DNA di questo popolo di confusi.
Un bersaglio facile è oggi la globalizzazione.
Niente di più generico e impreciso per lanciare i propri strali.
D’altronde questi personaggi non arretrano certamente di fronte alle realtà macro, non si lasciano spaventare dall’evidente sproporzione tra le proprie armi conoscitive e l’immensità spazio-temporale del confronto.
Sono in genere i filosofi e i teologi anche dell’aldilà, che cercano di spiegarti, mentre tu trattieni il riso e il compatimento, esattamente quale è il senso della vita, cosa succede e come, agitando, spesso, un libro (scritto da uomini) come prova indubitabile.
Il trinomio Dio-Patria-Famiglia li agita e li corrobora, felicemente ignari del fatto che i peggiori massacri della storia, questi sì davvero quantificabili, sono stati perpetrati proprio nel nome di un dio qualsiasi o di una patria (ultimo rifugio dei farabutti, come felicemente diceva qualcuno).
Si ignora che è proprio la tragedia dei nazionalismi, dei pregiudizi, dell’ignoranza, anche razziale, di un mondo piccolo e astioso che ha portato “filosoficamente” alla creazione dell’ONU e della UE e quindi alle basi politiche sacrosante della globalizzazione.
Si tende a dimenticare che è tipico dell’uomo sperare che la storia si fermi al giro giusto per sé stessi.
Come si stava bene quando la classe media europea prosperava e il mondo extraeuropeo non osava farci concorrenza, magari pure sleale, perché non aveva la forza economica che ha adesso.
Conosco anche inglesi che hanno ancora nostalgia dell’Impero.
Posso anche capirli e sono anch’io lievemente nostalgico dell’epoca del fardello dell’uomo bianco, ma ora è un mondo veloce, interconnesso, soprattutto grazie alla tecnologia e alle comunicazioni, ed è un mondo che non si esaurisce certo nella vecchia Europa ed è per questo che la UE è fondamentale.
Come tutti i cambiamenti profondi non sono perfetti (quale epoca storica si può definire ideale? Lo diciamo oggi solo perché non abbiamo vissuto davvero in quell’epoca…), sono convulsi, spesso contraddittori ma negarli di principio in nome di un presunto passato aureo oltre che antistorico è miope.
Basta guardare cosa è diventata la mia amata lingua inglese.
Anch’io snobisticamente amo le inflessioni oxbridge e, quando mi capita, cerco di parlare un inglese quasi demodè.
Ma non per questo non amo la deriva attuale, dove la lingua del Bardo è diventata il “globish”, una specie di vulgata da Impero Romano, declinata in mille inflessioni e in mille varianti, anche buffe.
Una lingua per un mondo che nonostante tutte le cervici ristrette e i paraocchi locali cerca di dialogare senza pregiudizi, senza razzismi e senza preconcetti.
Non mi sembra poco, affatto.

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