Serge d’abord

Ho sempre avuto una latente, insana passione per Serge Gainsbourg.
Il genio assoluto della musica francese del secolo scorso, un incrocio tra Bukowski, Casanova e Dorian Gray.
Come Bukowski un romantico dissimulato sotto una veste cinica e trasgressiva.
Alcolista, tabagista, grande amico delle donne (come recita lo splendido documentario “Serge Gainsbourg, l’uomo che amava le donne”, passato recentemente su Sky Arte) una rara forma di esteta immoralista morale che è passata ormai di moda nel nostro mondo così prosaico e monocorde.
Musicalmente una miniera caleidoscopica, uno di quei musicisti alla Bowie, alla Prince, ossia irrequieti, cangianti, perennemente in cerca di maschere ed ispirazioni, grandi spugne sonore.
Ha visto tutto, ha attraversato tutto e l’ha fatto con un senso dello spettacolo e della provocatorietà che ha precorso i tempi e che ha rappresentato, soprattutto nei magici decenni (60-70-80), la versione in salsa francese del mito della celebrity dissoluta e antiborghese.
Nella sua discografia si può trovare di tutto, dalla canzone esistenziale al progressive, al dub, al rock plastificato, all’avant-garde, al jazz.
Tutti lo ricordano per il suo primo successo planetario, quel “Je t’aime…moi non plus”, inizialmente inciso con la Bardot e poi portato alla gloria con la nuova e definitiva musa e compagna di vita, Jane Birkin.
Spesso e volentieri la sua vita e la sua arte si sono intrecciate a quelle delle donne che di volta in volta beneficava con qualche pezzo straordinario.
Capostipite assoluta BB, a cui Serge ha dedicato un intero album (“Initials BB”) e alcune tracks memorabili come la stratosferica “Bonnie and Clyde”.
Ma vengono in mente anche la Adjani, Françoise Hardy, Juliette Greco, Vanessa Paradis e mille altre.
Con la Adjani incise anche quel pezzo di mimetismo sonoro perfetto che è “Beau oui comme Bowie”, classico fascinosissimo pezzo omaggio, con tanto di chitarra laser e “clap clap” alla duca bianco.
Fino ad arrivare alla donna della sua vita, Jane Birkin, con la quale oltre a vari pezzi “alimentari”, ha concepito un album capolavoro come “Histoire de Melody Nelson”, un’opera di una potenza pari al Battisti degli ultimi anni per profondità concettuale e sofisticatezza della tessitura timbrica, e che richiama le cattedrali sonore pinkfloydiane che fanno da improbabile sfondo alla voce profondamente maudit del ragazzo francese.
Cose rare nell’Europa non anglofona.
Negli occhi della sua figlia Charlotte, attrice feticcio di Von Trier e altri, resiste ancora quello sguardo stropicciato e malinconico che ha ammaliato decine e decine di donne bellissime.
È una fortuna che le donne non diano poi così tanta importanza all’aspetto estetico.
Serge questo l’ha sempre saputo, dall’alto di un carisma inarrivabile.

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