Azzurro tenebra

Che uno come Tavecchio (nomen omen) fosse chiaramente inadeguato alla carica a cui ambisce, soprattutto in questo ennesimo momento di rifondazione del calcio italiano, nessuno poteva dubitarne, perfino per motivi che lambiscono pericolosamente Lombroso.
Il nostro ha poi aperto bocca e tolto ogni dubbio a chi ancora ce l’aveva.
Difficile però stupirsi nuovamente per il letale mix di arroganza, incompetenza, mentalità giurassica, ignoranza e inciucismo familista che ammorba la sedicente classe dirigente del più derelitto dei paesi europei.
La selezione al contrario tipica di questo paese disperante e disperato, eterno nei suoi vizi, continua imperterrita.
Parte dalla lontana democrazia cristiana di una volta e arriva fino alle forze italia (grottesco nome così adeguato alla bisogna) di oggi, che subito infatti si sono schierate con il nostro, in nome della comune appartenenza alla ribalderia fine a sè stessa, quella 2.0 sfrontata e dominante.
E che ha infettato anche il campo teoricamente avverso, in nome di una subcultura dominante che è il tratto più tipico dell’italietta sconfortante di questi ultimi vent’anni.
Che mischia marketing spregiudicato e antichi vizi, dicendo con arrogante aggressività l’inosabile in nome di una presunta schiettezza.
Molti italioti idioti sono cascati facilmente in questa trappola e continuano a cascarci, in nome della comune Weltanschauung (qualcuno poi spieghi loro il significato della oscura parola germanica).
A dimostrazione della tabe eterna che è etnica e culturale, non congiunturale.
Presunto è la parola chiave.
Tutti i colpevoli sono presunti, a dispetto di ogni pur chiara evidenza, perché l’importante è negare sempre e farla sempre franca.
Presunta è la voglia di cambiamento (di riforme, diremmo oggi e sempre) perché il gattopardo corre felice sulle macerie italiche.
Qualcuno, per caso, ha avuto cura di prendere nota delle promesse mirabolanti del premier, con tanto di data certificata, e dei risultati veri?
Ovviamente non l’ha fatto nessuno in questo paese di dementi e, statene pur certi, fra poche settimane partirà l’antica litania del “lasciatelo lavorare, poverino”, che maschera da sempre l’autoritarismo “chiagni e fotti” che ha realizzato in pieno la facile profezia montanelliana.
Allora è utile ripercorrere il libro di Arpino, come da titolo, e vedere nel calcio del 1974, da rifondare cà va sans dire, la galleria di antichi mostri che ritorna, come sempre, non prima del belletto e di un passaggino in tv che non si nega a nessuno.

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