World Cup memories

Mentre il calcio italiano fa ridere nuovamente l’universo mondo con le sue velleità di riforme e di rinnovamento a fronte di un gattopardismo becero e sempre più imbarazzante (ricorda qualcosa?), è utile ripercorrere il recente mondiale già archiviato alla storia per capire le tendenze del gioco più popolare del mondo.
Che ormai il calcio sia assurto al livello di minimo comun denominatore ludico mondiale sembra evidente, soprattutto nella sua versione “nazionale”.
Se la globalizzazione ha reso i club di fatto delle multinazionali di lusso in perenne tour, le nazionali sono diventate dei melting pot di razze e culture seguendo la parallela crescita del fenomeno all’interno dei singoli confini.
Dal punto di vista calcistico, come già intuiva Brera, teorico etnico della prima ora, la mescolanza è un vantaggio che non riguarda ormai solo nazioni naturalmente “miste” come il Brasile.
Il Brasile, appunto.
Questo mondiale, il migliore degli ultimi anni per tanti aspetti, ha rappresentato il mondiale della svolta definitiva, del global football realizzato.
E questo ha inesorabilmente messo in luce i limiti delle vecchie gerarchie e la perdita di importanza del fattore campo.
Se poi aggiungiamo la coincidenza della maturazione definitiva del modello tedesco, simbolo di questa new age, e del declino di talento all’interno della tradizionale fucina brasiliana ecco spiegate contemporaneamente la fine del Brasile come “nazione privilegiata” del mix etnico-razziale e la fine del tabù della vittoria di una europea in terra sudamericana.
La ormai leggendaria mattanza (chiamarla partita normale mi sembra iperbolico) del 7-1 è sicuramente il punto di svolta storico che porta definitivamente nella nuova era, l’Hiroshima del football multietnico e globalizzato.
L’information age e la mescolanza fanno sì che ormai tutti sappiano tutto in tempo reale e che nessuna nazione o movimento, salvo i capricci del caso e del talento, parta in vantaggio rispetto al resto del mondo.
Contano quindi sempre di più programmazione e organizzazione ed è quindi logico il declino (temporaneo, immagino) di grandi potenze storiche lievemente cialtronesche come Brasile ed Italia.
Mentre la Spagna assomiglia più ad un declino ciclico dopo anni di grazia generazionale.
Contano quindi anche i campionati.
Liga, Premier e Bundesliga.
La Germania, poi, erano anni che meritava il massimo riconoscimento e, anzi, il miglior calcio dal punto di vista formale l’aveva espresso, in termini di brillantezza e velocità, proprio nel passato (penso alle due magnifiche cavalcate con Argentina ed Inghilterra nel 2010).
Secondo una vecchia regola non scritta, prima si fa lo show poi si vince con concretezza : qualcuno penserà alla parabola 78-82 dell’Italia bearzottiana.
Una nazionale tedesca lontana dai vecchi modelli, meticcia, veloce, brillante e largamente condizionata dal verbo guardioliano-spagnolo del tikitaka ma in salsa già più avanzata e mutante.
Nel nuovo mondo uno come Van Gaal abbandona antichi dogmi locali e gioca un calcio internazionale “medio”, equilibrato, flessibile, attento difensivamente, che solo qualche passatista poteva pensare impossibile nella terra degli orange.
Come sempre quando arriva la modernità, l’Italia frana.
Una nazionale ampiamente mediocre e sopravvalutata per motivi storici, condotta da un allenatore appena sufficiente non poteva andare molto lontano e dopo la vittoria con l’Inghilterra ero tra i pochi a non esultare, anche perché la mia anima anglofila me lo impediva di default.
Era evidente che la finale europea era stata letta male.
Come in tutti i recenti trionfi il fattore caso e fortuna avevano giocato un ruolo non banale.
Il mondiale del 2006 ad esempio non aveva creato nulla di buono e di derivativo proprio perché non capito e l ‘esultanza acritica aveva, come sempre, obnubilato le menti del popolino tifoso.
La frase memorabile detta profeticamente da un mio amico assistendo alla finale con la Francia, proprio poco prima del pareggio italico (“Adesso segna Materazzi ed è la fine del calcio”), simboleggia una edizione mediocre dove la squadra di Lippi con aiutini arbitrali (Australia), aiutini del caso (tabellone) e un pò di grinta malnata secondo la solita logica al contrario (dopo Calciopoli facciamo pure gli offesi e quindi ci incazziamo) aveva portato ad un mondiale penoso vinto penosamente.
In pratica una sola partita decente, la solita contro la Germania, nazionale che evidentemente fa resuscitare sempre gli animal spirits azzurri, come anche la partita degli Europei recenti aveva dimostrato, anche lì unica partita sensata in un Europeo squallido, finito malissimo con una finale umiliante.
Dopo questo mondiale carioca il mondo sembra aver messo gerarchie più sensate e coerenti.
L’Italia resta quindi coerentemente dietro, grazie anche ad un “movimento”…fermo da decenni, ostaggio del banditismo delle curve (anche qui facili i paralleli politico-partitici), schiavo del gattopardismo e delle larghe intese burocratiche, tecnicamente e tatticamente in retroguardia, economicamente in affanno (eufemismo), culturalmente come sempre disperante, sistematicamente perdente nelle competizioni internazionali anche di club.
I magici anni ottanta sono lontani anni luce.
La retorica grottesca di un Caressa non può quindi coprire la miseria e il gap.
Solo qualche generazione spontanea di talenti potrebbe far rialzare la testa alle due grandi deluse, Italia e Brasile (Thiago Silva un fuoriclasse? Per favore…), perché se aspettiamo qualcosa di sensato e di organizzato mi sa che dovremo aspettare molto.
In questo senso nutro maggior fiducia nella Spagna, una nazione che ha dimostrato di andare oltre i propri limiti culturali storici ed è oggettivamente beneficata da un ciclo positivo di talenti che non sembra finito, come la Under dimostra.
E, aggiungerei, con un sistema interno (Liga etc) che sembra in linea con la modernità.
Da queste parti, come sempre, prevale il sollievo per la fine del confronto col resto del mondo e il felice rientro nell’orgia parolaia del calciomercato perenne e del tifo tra campanili sempre più sbilenchi.
Enjoy autarchia.

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