Greed

Fin dai tempi dell’omonimo film di Von Stroheim e dal “Greed is good”, parola d’ordine reaganiana pronunciata da Gordon Gekko nell’epocale “Wall Street” di Oliver Stone, l’avidità di denaro è sempre stato un ottimo argomento per film e dintorni.
Ho visto in sequenza due recenti pellicole, declinazioni locali di un mood simile.
“The wolf of Wall Street” del grande Martin Scorsese e “Il capitale umano” di Virzì.
Due film molto diversi fra loro, due marchi registici chiari, due occasioni mancate secondo me, ancorché superficialmente additati come capolavori nel deserto circostante.
Forse non è più possibile parlare in maniera equilibrata di argomenti simili e l’eccesso di cinismo ed amarezza in fondo non aiuta l’esito artistico, dopotutto.
La poetica del violento eccesso scorsesiano approda qui ad esiti sempre formalmente scintillanti ma, mi sembra, in un contesto generale di stanchezza, di ripetitività, perfino di grottesco sfinimento.
L’eccesso, il piede fisso dell’acceleratore di chi pensa solo ai soldi e vuole solo fare soldi, la volgarità profonda, sono tutti temi volutamente diventati forma, niente è casuale in un manico come Scorsese, ma la riuscita finale, al di là di alcune interpretazioni memorabili (Di Caprio in primis), mi sembra in linea con la base di partenza quasi filosofica del personaggio rappresentato : un bluff.
Uguale disappunto, anzi maggiore, alla visione del film di Virzì.
Ero molto intrigato dall’idea di dipingere certa borghesia piccola piccola, piena di soldi e vuota di tutto, non solo di valori.
L’Italia vincente e particolarmente ributtante degli ultimi vent’anni.
Mi fidavo di Virzì, ottimo regista di bozzetti e personaggi, mi fidavo della scelta di uno script extraitaliano (il libro americano di Stephen Amidon, ambientato in Connecticut), mi fidavo perfino della location fantabrianzola.
Mi sbagliavo : questa è una occasione strapersa, soprattutto per la cattiva qualità dei dettagli e della fattura, secondo una nota legge italica.
È questa la differenza principale tra il cinema italiano e il cinema di qualità europeo, francese ed inglese in primis : le storie, gli attori, la finezza della realizzazione.
La pessima idea di girare i films in presa diretta mette in risalto la drammatica imperizia degli attori italiani, perfino quelli più celebrati.
“Dizione!”, direbbero a scuola.
Una generale aria di dilettantismo e di sciatteria inficia fortemente questo che poteva essere un film molto importante, sia per i temi che per l’atmosfera.
Il risultato è una generale aria di non credibilità, di film programmatico, troppo programmatico.
Tutti i passaggi chiave del film vengono declamati in maniera stentorea con effetti stranianti.
Perfino due come Gifuni e la Bruni Tedeschi, che non sono certo dei grandi attori, ma che almeno hanno esteriormente il “physique du rôle” perfetto per gli ambienti descritti, vengono travolti dalla generale aria di finzione macchinosa.
Ci credo poi che la new entry giovane (Matilde Gioli) venga descritta come un fenomeno di bravura, in mezzo ad un disastro di queste proporzioni, semplicemente perché recita in maniera sensata e “piana”.
Per non parlare del povero Bentivoglio, di gran lunga il miglior attore del bigoncio ai nastri di partenza, umiliato da una parte scritta e realizzata in maniera così caricaturale da rovinare completamente il risultato a cui chiaramente si puntava.
Il potere corruttivo del denaro e la sua volgarità impregnano sia l’ambiente del film di Scorsese, dove si declina, all’americana, in esteriorità godereccia basic (sesso, droga e rock’n’roll) sia il film di Virzì, dove, all’italiana, si esprime meschinamente nei doppi giochi e nel familismo amorale imperante.
Pensate cosa ne avrebbe tratto uno come Chabrol, maestro di molte cose ma soprattutto delle ambiguità borghesi, da uno script come quello di Amidon.
O il grande Stanley da una storia così rivoltante come quella del finanziere Jordan Belfort.
Probabilmente ne sarebbe uscito il “Full Metal Jacket” del denaro, perché è proprio quando si affondano le mani nello sterco che serve una visione alta.

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