Cherrypicking n. 19

Quando mi fanno la rituale domanda impossibile, quella che si fa sempre agli appassionati di musica, cinema, letteratura, io non so mai bene cosa rispondere.
La domanda, ovviamente, è : quali sono le dieci, cinquanta, cento opere…che preferisci e porteresti sull’isola deserta.
Normalmente farfuglio qualche nome degli artisti che ritengo imprenscindibili… ma poi esistono le grandi opere “uniche” (caso da manuale : Salinger).
Se parliamo poi di cinema raramente faccio qualche nome italiano.
Non è casuale.
In generale trovo che il cinema italiano sia parecchio sopravvalutato, perfino nel periodo d’oro, quello che tutti ricordano e venerano anche all’estero.
Fellini-De Sica-Rossellini, la sacra triade, più qualche aggiunta tipo Antonioni, Germi e così via.
Più che nel neorealismo o nell’immaginifico magico alla Fellini (secondo me ampiamente sopravvalutato) io penso che la vera grandezza specifica italica, significativamente, stia nella commedia amara, soprattutto quando questa veniva portata ai suoi massimi livelli, non certo oggi.
Mi riferisco agli anni 60, 70 ed 80, anche qui il magico trittico decennale che c’è anche nella musica pop.
Non a caso per me i grandi registi italiani sono Monicelli, Risi e i grandi attori sono le maschere amare comiche di un Tognazzi, Sordi, Manfredi, Gassman.
L’Italia è un paese che non ispira la grande tragedia e la grande commedia dialogica brillante ma è la terra di Plauto e della narrazione di un paese marcio, romanamente disincantato e crudele.
“Amici miei” resta ancora adesso uno dei più grandi film italiani di sempre, integralmente e unicamente italiano, ed è una carrellata di mostri, una finta commedia.
Risi aveva categorizzato addirittura la cosa con “I mostri”.
Dagli anni ’80 ha prevalso la mediocrità e, se non il nulla dei “cinepanettoni”, ha vinto almeno l’aurea prevalenza del “carino”, condito dalle mille facce televisive e non che il non acutissimo fruitore italico ama ritrovare in tutte le salse.
L’unico regista che, mi sembra, faccia eccezione è Tornatore.
Una menzione d’onore la farei anche per Salvatores.
Entrambi non sono registi italioti nell’animo, questa culturalmente è la cosa bella e che li salva spesso dall’oblio istantaneo, anche se entrambi sono stati premiati al massimo livello (Oscar e altro) per due film che perpetuano in parte l’equivoco dell’acquarello italiano (Mediterraneo e Nuovo Cinema Paradiso), ma con punte di eccellenza e una generale, autentica, spinta romantica e sentimentale che li eleva al di sopra della medietà.
Molto significativo, direi, dei meccanismi mentali automatici e prevedibili, soprattutto della cultura americana, non a caso considerata non tra le più brillanti del pianeta.
Cultura americana che, passata la sbornia di grande cinema che ha costruito la grande Hollywood, oggi vive la transizione al nuovo mondo facendo operazioni, nella migliore delle ipotesi, tardo manieristiche come quel celebratissimo “American hustle”, visto recentemente, che ne è l’epitome perfetta.
Schierata quasi per disperazione la nazionale degli attori giovani americani presentabili, attori peraltro usati come macchine di virtuosismo un po’ sterile e fine a sé stesso (lontani dalla perfezione anglo francese), regia alla Scorsese anche senza Martin, visto che quest’ultimo ormai si è perso nei suoi deliri (come l’isterico, fiacco e banale “Wolf of Wall St.” dimostra ad abundantiam), queste sono le basi iperpreparate di questo finto filmone.
Il resto è Transformers oppure macchine di divertimento plastificato e stereotipato (con la solita tiritera dei generi, esplorati mille volte) per masse di depensanti chine sul proprio smartphone e con troppi popcorn nell’altra mano.
Al fine ne dico uno di film che trovo degno dell’isola deserta ed è italiano.
Solo di nome, ovviamente, perché la fattura, la regia, l’ambientazione e perfino gli attori…tutto è rigorosamente non italiota.
E si vede.
Mi riferisco a quel capolavoro che è “La migliore offerta”, di Tornatore.
Altro film che, come “American hustle”, in fondo parla di truffe.
Guardatelo, non ve ne pentirete mai.

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