Driven to tears

Alla fine è successo.
Inevitabilmente ho pianto.

Little light shining,
Little light will guide them to me.
My face is all lit up,
My face is all lit up.
If they find me racing white horses,
They’ll not take me for a buoy.

Let me be weak,
Let me sleep
And dream of sheep.

“And dream of sheep”, inizio della suite di “Hounds of love”, un testo ed una canzone assoluti, definitivi, con una messinscena di quel genere non poteva non vincermi.
Ma l’emozione era cominciata ben prima, con un batticuore clamoroso ed una atmosfera di festa quasi religiosa, sulle note di “Lily”, inizio di un concerto e di uno show, quello di Kate Bush all’Hammersmith Apollo dopo 35 anni di assenza dalle scene, che resterà sicuramente nella storia.
“Lily”, una delle mie dieci canzoni da isola deserta, una canzone propiziatoria, davvero ai limiti del religioso.
Kate scalza, con regolare tunica nera da sacerdotessa, entra in scena di lato, quasi sussurrando, seguita dai backing vocals, e l’urlo che ho sentito di accoglienza è una cosa che non ho mai sentito in nessun spettacolo, mai.
La prima cosa che ho notato è stato il gruppo, una macchina da guerra di dèi dello strumento (Omar Hakim alla batteria, Mino Cinelu alle percussioni, David Rhodes alla chitarra, John Giblin al basso…praticamente la crème dei nipotini di Miles Davis, Peter Gabriel e mille altri, oggi l’università della musica), comandata dalla batteria suprema, al cristallo, di Hakim che, chiaramente, assieme a Rhodes è la guida tecnica del sound.
La partenza di “Lily” è una delle cose più perfette che abbia mai visto su un palco.
Lo spettacolo inizia così, come un concerto in paradiso, ma un concerto tradizionale.
Come sempre impeccabile il pubblico londinese, pur travolto dalle emozioni, sta al suo posto, non filma, non fotografa, si siede ad ogni pezzo, come da richiesta esplicita di Kate prima di questa serie di 22 concerti “teatrali”.
Kate, in una forma vocale impressionante, davvero ai limiti del divino, snocciola come se niente fosse una sequenza di pezzi dal suo sconfinato e straordinario repertorio : Lily, Hounds of love, Joanni (in una versione da svenimento), Top of the city, Running up that hill (accolta da un boato che ha scosso alle fondamenta il caro, vecchio, ancorché ristrutturato, Apollo), King of the mountain (altra versione immensa, perfino superiore a quella su disco).
Saremmo potuti andare avanti così per ore e nessuno avrebbe mai detto nulla, sarebbe stato comunque l’apice di una carriera di guardoni musicali.
Ma il testo del finale di “King of the mountain” avrebbe dovuto metterci in guardia :

The wind is whistling
The wind is whistling
Through the house

Qui, come annunciato, il concerto diventa subito qualcos’altro e con un coup de théâtre meraviglioso, diventa subito musical multimediale.
Luci, vento e di colpo sparisce il gruppo e va sullo sfondo e si mette in scena in pochi secondi un naufragio.
Un naufragio in scena.
Con tanto di elicottero di soccorso che viaggia sulle teste dei fortunati testimoni, inondati dalle luci, dalle urla, dalla musica.
Ho alle spalle anni di concerti, di musicals, di teatro visto e fatto anche in parte dietro le scene.
Non ricordo una cosa simile, mai visto nulla di paragonabile, figuriamoci poi nei normali concerti rock.
Il genio di Adrian Noble qui emerge subito, Adrian, l’altro fuoriclasse incaricato della parte teatrale da Kate, incidentalmente il capo per anni della RSC, la Royal Shakespeare Company.
Ossia il meglio a livello mondiale.
Si mette in scena la leggendaria suite di “The Ninth wave”, la seconda parte di “Hounds of love”, senza soluzione di continuità.
E la sua storia di naufragio e di salvezza.
Oggi considerata alla stregua della migliore musica classica, un pezzo che veniva definito così da Brett Anderson dei Suede nel recente, bellissimo tributo che la BBC ha riservato alla divina Kate (minuto 41’13” in poi).
Questo primo atto dello show è così ricco di cose e così devastante che si arriva alla fine quasi esausti.
Visivamente quasi inquietante, secondo lo stile della casa, con minacciosi fish people, alternati a rari momenti di quiete.
I video che indicano la realtà, cosa sta succedendo per davvero, e la scena, il teatro, come luogo del sogno.
Come indicato nello splendido libretto di produzione che è andato a ruba prima, durante e dopo lo spettacolo.
Ma il finale finale, come contraltare, è in una nota quasi ieratica.
Kate esce di scena, concludendo la parabola della suite, sorretta a mano dai fish people come in una cerimonia funeraria, portata nel proscenio tra due ali di folla e infine, definitivamente, fuori.
Finalino sul proscenio con la band per “The morning fog”, quasi una resurrezione, con la tranquillità e la semplicità della grande musica.
Exit.
Cinque minuti di applausi di 3000 persone incredule.
Sul sipario che preannuncia la seconda parte c’è una piuma, il simbolo della “KT fellowship”, la compagnia di Kate, unica nota, oltre al nome dello spettacolo, presente anche all’esterno del teatro.
Non c’era davvero bisogno di indicare il nome della musicista, perché questo, palesemente, NON è un semplice concerto.
Se Noble nella prima parte aveva dovuto lavorare di sottrazione, vista la mole di stimoli, nella seconda, evidentemente, sapientemente, lavora di aggiunta.
Il secondo atto mette in scena la suite di “Aerial”, il lavoro del grande ritorno, molto rarefatto, quasi pacificato ed agreste, la “Pastorale” di Kate dopo la “Quinta” del primo atto.
E fornisce finalmente giustizia ad un altro grande capolavoro di Kate, con una versione visiva di una eleganza assoluta.
Entra in scena in maniera ancora più importante Albert (Bertie), il giovanissimo e talentuosissimo figlio di Kate, che è alla radice della scelta di tornare in scena e che solo per questo sarà idolatrato per anni da noi fans.
Eletto dalla madre consulente totale, canta e recita con grande naturalezza, già da professionista pronto per il musical.
Qui fa il pittore, dipinge un enorme quadro, un tableau vivant che racconta nel frattempo l’alternarsi delle stagioni, interagisce con un puppet di legno a grandezza naturale.
Il gruppo, questa volta, resta in scena, occupa la parte sinistra del palco come in una composizione alla Greenaway.
A un certo punto arriva perfino l’inedito, “Tawny moon”, cantato proprio da Bertie.
Un pezzo mid tempo splendido, alla Gabriel, alla Sylvian.
Alla Kate, se si mettesse in testa di fare un musical tradizionale.
Il finale di “Aerial” cresce, cresce fino al delirio, come un temporale estivo.

I want to be up on the roof
I’ve gotta be up on the roof
Up, up high on the roof
Up, up on the roof
In the sun

I musicisti, vestiti con maschere carnevalesche inquietanti, alla “Eyes wide shut”, dell’amatissimo Kubrick (da noi, da quasi tutti, ma anche da Kate, come da lei detto varie volte).
Un finale incredibile e pian piano Kate si trasforma in un uccello, in un blackbird.
Viene “esposta” al pubblico, in un parallelo con la “cerimonia” del primo atto.
Buio.
Ovazione infinita.
Il palco è vuoto, solo gli strumenti in scena e due alberi che sono piombati dall’alto ai due limiti della scena e uno ha traguardato in pieno il piano a coda di Kate, sulla sinistra.
Entra da destra Kate, accolta da un boato e va al piano.
E con inesorabile semplicità uccide tutti con una versione piano solo di “Among angels” e davvero tutti siamo in un’altra dimensione.
Mai sentito cantare dal vivo a questo livello, soprattutto con un semplice pianoforte.
Finalone con gruppo al proscenio e “Cloudbusting”.
Fine.
A seguire una ovazione e un applauso che non finiva mai, mai.
Inutile a dirsi lo spettacolo è stato accolto da tutta la critica in maniera entusiastica, come uno degli apici della storia non solo della musica.
E dopo questo breve tratto, Kate tornerà all’amata campagna e al tè, con la modestia e l’understatement di chi, felicemente, ignora mode e convenzioni (anche quelle del “greatest hits”), grazie ad un genio, una intelligenza ed un talento che hanno conquistato tutti.
Forse davvero è stato un sogno.

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