Cherrypicking n. 20

Il periodo berlinese di Bowie e dei suoi accoliti, Iggy Pop, Tony Visconti, Brian Eno, Robert Fripp, Carlos Alomar, la crema dell’intellighenzia del rock inglese, è sempre stato uno degli apici culturali, psicologici, filosofici, musicali dell’intera storia della musica moderna.
David si rifugia qui per scappare dai pusher e dai deliri della feroce città degli angeli, per annegare nell’anonimato che ti salva dalla follia e per rigenerarsi sotto tutti gli aspetti possibili.
Sulla cover del suo live americano “David live”, appare un David spettrale e pre-cadaverico al punto che Bowie, a distanza di anni, dirà che l’album andrebbe ribattezzato “David is alive and well and living only in theory”.
L’ultimo album prima della fuga ha già un passo nel futuro, è lo stratosferico “Station to station” e ha in sé pulsioni contraddittorie, soul plastificato in letale combinazione con elettronica distorta, e la malata atmosfera anche del film di Roeg con Bowie, “The man who fell to earth”, una delle pellicole più affascinanti e disturbanti dell’intera filmografia inglese.
David arriva a Berlino e cambia look, gira con cappello e vestiti dimessi, si libera dell’intero suo guardaroba e di quasi tutte le sue proprietà, gira in bicicletta.
Una forma di zen di autodifesa.
Le lunghe passeggiate nella città più spettrale e affascinante del momento, in piena decadenza, ancora abbarbicata agli ultimi bagliori della separazione forzata del muro, impregnano questi solchi imbevuti di divino.
Hansa by the wall il nome dello studio di registrazione, del rifugio sonoro che contribuisce alla produzione, in sequenza, di “Low”, “Heroes” e “Lodger”.
La trilogia berlinese.
Tre capolavori assoluti, il terzo incredibilmente sottovalutato ma ancora adesso, a distanza di 35 anni, la definizione migliore di rock moderno.
Tony Visconti, produttore storico e mentore del primo Bowie, quello ziggyano, racconta delle sue peregrinazioni sotto il muro con la fidanzata del tempo, nelle pause di lavorazione e il vampiresco Bowie che lo immortala per sempre nel testo di “Heroes” :

I, I can remember (I remember)
Standing, by the wall (by the wall)
And the guns shot above our heads
(over our heads)
And we kissed,
as though nothing could fall
(nothing could fall)

In quella temperie e in quella rinascita, David si salva la vita ma in parte la salva anche a noi, cambiando totalmente pelle, entrando di prepotenza nel futuro, inventando nuove sonorità oppure mettendole a fuoco e a lucido come nessuno aveva mai fatto prima.
Una specie di Apple musicale, l’importante non è uscire prima col prodotto ma arrivare meglio e stabilendo lo standard.
E anche dopo, un album sensazionale, derivativo, come “Scary Monsters”, dominato dal genio di Fripp e contenente la nuova “Fame”, quella anthemica, indimenticabile “Fashion”, pezzo gelido, definitivo, visionario (“We are the goon squad and we are coming to town. Beep Beep.” Che dire?).
Nonché pezzi immortali come “Ashes to ashes”, il conto definitivo con le vecchie mitologie, ormai morte e seppellite col sarcasmo dei grandi.
E con un finale giustamente indimenticabile :

My mother said, “To get things done
You’d better not mess with Major Tom”

E dopo ancora, l’ultima maschera e il periodo di “superstardom” che ha seguito “Let’s Dance”, con la ricerca degli hits con Neil Rodgers e un tour, “Serious Moonlight”, che è la definizione del cool e del controllo sovrumano del palco e della scena.
Iggy Pop, intanto, lucido e veloce come una scheggia, in piena era post Stooges partorisce subito il suo capolavoro, quel gioiello di “The Idiot”, interamente prodotto col sodale, l’algido ragazzo londinese che ne è la sua versione ripulita e dandy.
In questo straordinario primo album solo, colonna sonora del suicidio di Ian Curtis dei Joy Division, altra anima persa ma persa per davvero, senza una sua salvifica Berlino, ci sono varie perle.
A parte “Sister Midnight” e “China girl” che saranno rimasticate e messe su vinile anche dal grande Duca (“Red Money”, immensa, e l’omonimo superhit di “Let’s dance”), ci sono due pezzi che una volta ascoltati non escono più dalla corteccia cerebrale, di una grandezza senza pari.
“Dum Dum boys” e “Mass Production” hanno la cadenza e l’incedere delle grandi imprese del dandismo decadente in musica.
Berlino, o cara.

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