Un travaglio senza fine

Fin dai tempi della memorabile (e orrenda) trasmissione con b si era capito che Santoro non ama gli scontri veri, a dispetto della fama, ma è fondamentalmente uno confuso e “politico”.
Italiano vero.
Travaglio no e ovviamente, nel merito della piccola diatriba a “Servizio Pubblico”, aveva ancora ragione lui.
Santoro ha fatto la sua tiratina retorica dell’ “ascoltare e dialogare con tutti” ma finge di non rendersi conto che essere un giornalista vero, alla anglosassone, con duro fact checking, è altra cosa, totalmente sconosciuta in questo paese di “tutti matti” (citando proprio Travaglio).
Il buon Marco ha ormai il nervo scoperto di fronte alla stupidità delle logiche della ggente e ha perso il senno di fronte al ragazzo che “lo incalzava”, solita carne da macello televisiva in preda a confusione.
Significativo squarcio su una generazione giovane che anch’essa, immersa nel mefitico mondo alla rovescia italiota e nella sua mediasfera impazzita, tende a confondersi, a non capire più nulla, a perdere completamente il senno e le logiche, le proporzioni.
Guelfi contro ghibellini più o meno urlanti.
L’unico errore vero che ha fatto Travaglio è andarsene perché adesso sarà accusato di essere una primadonna che non vuole il confronto e sarà caduto nel trappolone solito italiota del “tutti uguali”.
Doveva rimanere in studio scuotendo la testa e sarcasticamente rilevare le sciocchezze che stava sentendo.
Ma penso che anche lui sia sovrastato dall’inanità e dalla pesantezza del compito.
La stragrande maggioranza degli italiani, quella che garantisce voti, soldi, prebende e perfino approvazione sociale e psicologica è quella che fa boccucce e selfies con Renzi, degno erede del suo predecessore, quella che si riconosce nelle reti del biscione, l’estetica e la pratica del trenino, della “simpatia”, della superficialità eretta a stile di vita, del divertirsi becero sostanzialmente ipocrita ed amorale (non immorale, proprio a-morale).
Monti, infatti, tra le gravi colpe, aveva quella di non essere “simpatico” : condannato a priori.
La patria di Machiavelli e di Medici, non a caso.
La patria del superfluo in abbondanza e del necessario sempre tragicamente assente, soprattutto in politica.
In un piccolo mondo antico che è peraltro TUTTO politica, amicizie e legami più o meno profondi.
E che ama la commedia dell’arte, con gli eterni figuranti.
Un mondo che delega magari alla Chiesa di turno la parte “morale”, salvo poi regolarmente e ipocritamente ignorarla al di là della faccetta compunta.
Alla Chiesa, figuriamoci, una cosa che fa già abbastanza ridere di per sé.
Italiana perdipiù.
Un mondo primitivo che rifiuta il mondo ben più grande e moderno che lo circonda.
Chiaro che la piccolissima minoranza di “rompicoglioni”, così li vede l’italiano medio, ignaro dello scopo e della necessità di una stampa come potere antitetico al potere vero, è destinata nelle riserve indiane (Travaglio nel programma di Santoro) oppure all’oblio (Guzzanti? Luttazzi? Mille altri che hanno la stessa sorte nella vita comune).
I destinatari di tutti gli -ismi usati come manganelli : moralista, giustizialista, comunista…
I talk shows italiani sono lo specchio del pollaio e della mentalità inesorabile, che è quella del “non disturbare il manovratore”, della letale acquisizione alla pari di qualsiasi opinione emessa da qualsiasi bocca (vedi teorema santoriano), dell’assenza di responsabilità generale salvo di chi osa mettere in dubbio il sistema stesso.
Il trattamento che, ad esempio, il M5S sta subendo in questo paese è ampiamente significativo.
Al punto che persone meno strutturate di Travaglio (Grillo?), alla fine cedono per sfinimento, e si mettono alla caccia di voti facili come tutti (vedi ultima deriva “salviniana” del nostro, su immigrati ed Euro), per parlare alla famigerata “pancia” del paese, una pancia ipertrofica che finisce per essere l’intero paese, apparentemente sprovvisto di altri organi più o meno vitali.
Noi vecchiotti per anni abbiamo forse sopravvalutato la funzione rigeneratrice delle nuove generazioni, aspettavamo con ansia il lavoro sporco dell’orologio, e il lavoro positivo dei voli facili, di Internet, della globalizzazione.
Sottovalutavamo la pervasività dell’enclave italiota, la sua profondità etnico-culturale, la sua natura marcia e cinica.
Al netto di chi è già fuggito, e non solo, spesso, per motivi puramente economici, al di là di qualche banale sindrome da dipendenza tecnologica, i ggiovani sembrano, nella loro maggioranza, risentire di una ignoranza di ritorno e di una pochezza morale e culturale che fa abbastanza impressione.
Moriremo e moriranno democristiani, sembra.

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