La fine del teatro?

In Italia, ovviamente.
Ma ovviamente anche no.
Nessuna arte, nessun “software” tramonta mai.
Semmai sono gli hardware che cambiano.
Nel suo recente post Ottavia Boscolo, da under 30, crede nella possibilità di un futuro e giustamente evidenzia l’insostituibilità del teatro laddove ogni tipo di fruizione alternativa è ormai migliore e più “facile” all’interno della propria casa fortezza.
Grazie alla tecnologia.
Ma bisogna fare bene teatro e in questo senso l’Italia, come parallelamente è avvenuto nel cinema, è sempre stato uno dei peggiori paesi del mondo occidentale.
Quando entrai nel teatro amatoriale in senso “professionale”, ossimoro solo apparente, toccai con mano, e per anni, la follia del sistema.
Anche qui, come in tutte le cose in Italia, il mix letale è incompetenza, arroganza, arretratezza culturale, mentalità rapinatoria, burocrazia surreale.
Uno Stato nemico, come sempre, ma con tocchi di cialtroneria inarrivabile.
Dai diritti d’autore e come vengono gestiti, alle traduzioni dei testi in scena, alle tasse…tutto viene creato, sembrerebbe quasi ad hoc, per mettere i bastoni tra le ruote e nel frattempo, simpaticamente, derubandoti, dietro leggi e procedure non commentabili senza cadere nel volgare.
Se si ha la ventura di passare molto tempo in terra d’Albione, patria riconosciuta del teatro e del liberalismo, il gap è stridente, lancinante.
Chi fa cultura, a tutti i livelli, da queste parti ha la sensazione di essere un paria braccato da lupi famelici che disprezzano quello che dovrebbero invece valorizzare come una delle massime espressioni di una società.
In UK le compagnie amatoriali hanno sovvenzioni costanti, sono ovviamente detassate, non hanno gineprai folli da percorrere per i diritti d’autore e fondamentalmente godono di una atmosfera di libertà che permette tutto quello che non è espressamente negato ed in genere i divieti sono POCHI.
Da noi il teatro, come il cinema, si è sempre perso, intrappolato nella falsa dicotomia auteur capriccioso e, in genere, sopravvalutato vs. cialtronate panettonesche con personaggi tv mal adattati alla dura legge della scena dove, ad esempio, saper recitare non è un optional.
Tromboni o plautini cialtroni.
Non si potrà mai sottovalutare l’influenza negativa che la tv, inizialmente grande “educatrice” e unificatrice linguistica in una terra di dialetti, ha avuto da un certo momento in poi sulla fragile pseudocultura italiota.
Mancano le scuole, mancano le abitudini o, se ci sono, sono polverose ed antiquate, o peggio, moderne nel senso più frivolo e superficiale del termine.
Le sciurette che confondono andare a teatro con un defilè a confronto con le prime londinesi di spettacoli sontuosi affollate di giovani in jeans.
Anche i prezzi non ci sono.
Finita la sbornia rapida del musical, grazie a produzioni improvvisate o addirittura sconfinanti nel grottesco della traduzione anche di canzoni famose (come dimenticare certi JCS?), oggi il teatro professionale langue ovunque nel belpaese, e davvero nessuno può simulare sorpresa.
Con l’esaurimento anche della generazione di attori che aveva beneficato gli anni 50-60-70 (Randone, Gassman, Mauri, Carraro e così via), oggi anche la commedia borghese che vedeva i Ferrari, i Buazzelli, le Moriconi oggi vede tragiche starlettine da tubo catodico molto, molto ristretto, buttate allo sbaraglio per accalappiare i gonzi con riedizioni di classici, tipo quelli di Neil Simon, regolarmente massacrati, o peggio con adattamenti ferali dei filmetti che sono piaciuti al popolino.
Non molto tempo fa mi sono avventurato a vedere una commedia non particolarmente originale né brillante ma salvata dalla maestria a comando di due arzilli fenomeni del palcoscenico come Ferrari e la Valeri.
A dimostrazione che spesso basta anche solo un attore ma che senza attori è davvero impossibile combinare qualcosa di sensato in scena.
Il rito borghese stantìo è finito, in compenso le giovani generazioni sembrano disertare un costoso passatempo di cui non colgono la perenne modernità in questo paese fuori dal tempo.
Ci sono, come sempre, grandi eccezioni e persone che, come sempre capita, in lotta contro un sistema perverso portano avanti l’utopia del palco.
Noi monzesi, ad esempio, come per altre cose, siamo abituati bene perché uno dei migliori, Corrado Accordino, gestisce da anni il Binario 7, raro esempio di enclave che difende la qualità.
Di lui ho in mente uno dei rarissimi esempi di spettacolo memorabile che ho visto negli ultimi anni.
Mi riferisco all’adattamento di quel gioiello di racconto che è “Cosmetica del nemico” della Nothomb.
Passato al Filodrammatici a Milano e passato via velocemente.
Ma in generale l’infinito declino è evidente e diventa sempre più difficile convincere le persone ad uscire dal cocoon tecnologico.

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2 thoughts on “La fine del teatro?

  1. Davvero una bella riflessione, condivido pienamente!
    A parte rare eccezioni, in campo culturale e artistico (ma non solo…) il gap tra l’Italia e gli altri paesi -Inghilterra in primis- è drammaticamente evidente e sconfortante.
    Trovo che questa citazione di Roland Barthes riassuma bene il nostro pensiero : “Ho sempre amato molto il teatro, eppure non ci vado quasi più. È un voltafaccia che insospettisce anche me. Cos’è accaduto? Quando è accaduto? Sono cambiato io o è cambiato il teatro? Non lo amo più o lo amo troppo?”.

  2. Grazie stragrazie darling.
    Se poi mi citi l’amico Roland…
    In generale alla domanda finale risponderei : lo amo troppo per permettermi di perdere tempo con una specie di (brutta) tv riprodotta sul palco.

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