Cherrypicking n. 21

L’era glaciale si avvicina.
Dagli anni ’90 fino ad oggi abbiamo vissuto quella che sarà ricordata come la lunga fase di transizione tra il trentennio d’oro (sixties-seventies-eighties) e la fine del periodo post-tutto, nel quale hanno convissuto l’imbarazzante musica moderna, dance e hip hop plastificati e ripetitivi e la felice “exploitation” di ogni nota dei big guns del passato.
Qua e là, ovunque, qualche detrito di musica ricordabile ma, sostanzialmente, il nulla accoppiato agli ultimi colpi, sempre più stanchi e alterni, dei veri grandi.
Gli anni sessanta e i suoi alfieri, se non già morti, sono proprio agli ultimi rintocchi, fatti di brevi comparsate e di album tributo.
Ad esempio l’imminente “Art of Mc Cartney” con Billy Joel, altro vecchio artistone in salsa newyorkese pura, che rifà, alla sua maniera roca e urlante due autentici capolavori del periodo post beatlesiano come “Maybe I’m amazed” (pezzo magico) e “Live and let die”.
Beatles o Stones? Beatles, of course.
Poi però vediamo gli inossidabili Stones tirar fuori ancora un concerto come quello di Hyde Park 2013, ancora emozionante al punto giusto e col vecchio Keith che ormai deambula, appeso alla sua chitarra, ma che fa venire ancora i brividi mentre attraversa il parco tra due ali di folla.
Ultimi fuochi.
La generazione dopo, quella di Bowie soprattutto, e del prog salito agli altari (Pink Floyd, Genesis su tutti), trova ancora la forza di fare album rievocativi, stracolmi di rarities, quando non spiazza il mondo, come solo il Duca sa fare, tirando fuori un album magistrale come “The next day”.
I Pink Floyd chiudono la loro immensa carriera con “The endless river”, outtake ambient dell’epoca a tre, come omaggio al già andato Rick Wright.
Anche se mi piace pensare che il vero canto del cigno sia stata la stratosferica, immensamente emotiva apparizione in line up completa al Live 8 del 2005, quando si capì in un attimo la differenza tra la grande musica del passato e le musichette alimentari che fino a lì avevano allietato il pubblico.
Fu il finale del megaconcerto geldofiano e fu un’autentica celebrazione.
Tanto è successo in questi mesi nel 2014.
Peter Gabriel continua a fare tour ed è un musicista talmente importante ed ingombrante che l’unica reunion ormai da dimenticare è quella dei meravigliosi Genesis.
Ultimi bagliori live nel tour di “ritorno” del 2007 (Turn it on again tour, appunto).
E la bellissima app-libro-tutto celebrativa di Armando Gallo a suggellare la fine dello show.
Nel passaggio tra 70 e 80 si consumano già gli ultimi ritorni.
Bryan Ferry continua imperterrito, negando possibilità di reunion dei Roxy sempre più improbabili.
Seguendo la logica ferrea degli Steely Dan, altro monumento di sempre, capisce che ha trovato un sound inesauribile, che non ha senso cercare sempre qualcosa di nuovo, e si crogiola per l’ennesima volta (“Avonmore” esce fra pochi giorni) nello scintillante distillato post-Avalon che contraddistingue la sua musica.
Di Kate che dire?
Anni di assenza hanno fatto apparire il suo ritorno come la presentazione sontuosa di un nuovo artista.
E in effetti così è stato, una specie di meteora senza eredi, secondo me, e uno dei momenti più alti ai quali abbia mai potuto partecipare nella mia vita di frequentatore di arene musicali.
Spandau Ballet o Duran Duran?
Spands, of course.
Spands più continui, rispetto ai Duran Duran capaci di passare da “Wild boys” (la più brutta canzone del decennio) a gioielli come questo.
Allora ci sembravano gruppetti fashionisti, ora sono giustamente celebrati come gli eredi della grande tradizione.
Grande musica, grande pop.
Entrambi celebrano con documentari estremamente affascinanti il loro rientro o la loro gloriosa continuità.
Entrambi, come da tradizione, schierano il parentado (fratelli Kemp contro fratelli Taylor), ma è Gary Kemp il grande erede della tradizione del golden pop made in UK.
“Soul boys of the western world” è un documentario splendido, intriso di nostalgia, e celebra un gruppo che in poco tempo toccò livelli di successo e di perfezione formale che pochi possono vantare.
Con la morale finale e la redenzione successiva, ossia con l’idea che la triade “money-drugs-women” fosse la causa di gran parte degli splits dei gruppi ma che in realtà è il quarto elemento, l’ego, quello che davvero dà il colpo di grazia.
“Soul boys…”racconta l’amicizia, il successo, il distacco e le beghe legali e il ritorno assieme dei nostri, come in una storia molte volte raccontata ma raramente in maniera così efficace.
“Duran Duran unstaged” è, al contempo, uno dei migliori video live in giro, grazie al genio di David Lynch, disturbante maestro di sovrapposizioni e di associazioni mentali inconsuete.
Un modo diverso di approcciare l’apparente pop di un gruppo molto più tormentato del prevedibile, teatro di “grandi sogni” come lo stesso David recita all’inizio dello show.
L’inossidabile Prince, tuttora il meglio conservato del bigoncio, continua a sfornare album come se piovesse.
Persegue la sua fase “Tin Machine” con il rumoroso trio femminile 3rd eye girl ma in contemporanea rilascia “Art official age” e qua e là tocca livelli che fanno capire perché tuttora è riconosciuto come uno dei grandissimi dell’intera storia : perché fa pezzi come questo che sembrano fermare il tempo.
Perfino i Simple Minds, dopo il sorprendentemente efficace “Graffiti soul”, ci provano gusto ancora con “Big Music”, un titolo ed una cover sunto della loro filosofia e della loro musica, una musica sempre magniloquente, loud in senso intelligente, di grande impatto emozionale.
Oasis o Blur? Oasis, ma con riserva.
Anche qui i fratelli, i fratelli Gallagher.
L’ultimo bagliore di musica irrorata dalla grande musica del passato e rivisitata al punto giusto.
Tocchi UK evidenti in entrambi, Lennon, Davies e mille altri.
Oasis sciolti ma in odore di reunion, Blur in fase celebrativa spinta (cofanetti, concertoni di rientro e così via), un frontman che scrive musica intimista e sempre più complessa.
Quando anche l’ultima nota dei reduci del trentennio giusto sarà estinta se non nel ricordo prolungato di tutti gli Spotify e Youtube del globo, quale sarà la musica del futuro?
L’era glaciale si avvicina.

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