Suspension of disbelief

Il passare del tempo inesorabilmente diminuisce la predisposizione alla “suspension of disbelief” oppure la acuisce, se vogliamo, nel senso che ognuno di noi, se dotato di due neuroni e di uno straccio di etica, sa benissimo che il mondo che ci circonda solo convenzionalmente può definirsi buono, giusto, credibile, sensato, democratico.
Si guarda con tenerezza ma anche con crescente fastidio la dabbenaggine delle masse, la facilità con la quale l’ignoranza diventa serva del potere, il meccanismo manipolatorio che non appartiene solo alle peggiori persone ma che in genere infetta ogni realtà sociale.
Chi vive in Italia e ha la sventura di esserci cresce in un microcosmo dove questa sensazione è molto forte, acuita da un malessere inevitabile di fronte alla cialtroneria ed alla tristezza della recita.
Nonché alla sua violenza implicita, continuamente esibita, con volgarità e poco rispetto per l’intelligenza altrui.
Parlare di politica quindi è un atto quasi filosofico oppure, specularmente, pura speculazione divertita, come se si parlasse di calcio per far passare il tempo.
Attribuire ai contenuti e alle forme di questa cosa più dell’importanza di un passatempo espone inevitabilmente a grandi delusioni.
Questo è l’equivoco del M5S e questo è il motivo per cui, con facilissima previsione, ne avevo vaticinato l’implosione rapida.
O la sua riduzione progressiva a forza ancora consistente ma, fatalmente, irrilevante.
La gran parte dei commentatori ha sempre criticato il Movimento per i motivi sbagliati : non entrare nel gioco, non fare alleanze e così via.
In realtà il Movimento è entrato ampiamente nel gioco e “ha fatto finta di” credere (ecco la “sospensione” tutta specifica dei pentastellati) ad una regolarità e normalità del gioco democratico, soprattutto quello parlamentare.
Inutile dire che ben presto si sono resi conto della esattezza millimetrica di quanto vaticinato da Grillo (il fool che diceva la verità), ossia che il sistema non è trasparente (eufemismo), non vuole assolutamente tra le scatole i cittadini (liste bloccate, referendum inevasi e così via elencando, all’infinito), è intrinsecamente coalizzato contro il vero cambiamento, al punto da osare l’inosabile, ossia formalizzare questa unione fino alle estreme conseguenze.
Si sono resi conto che il problema è l’Italia : i politici, i media, le logiche, il popolo stesso, squisitamente bue.
Da qui l’apparente follia di certi comportamenti, l’irrigidirsi del “talebanesimo”, qualche errore tattico, le reazioni ondivaghe, la “stanchezza” del nucleo pensante (Grillo ampiamente over the line, Casaleggio apparentemente nauseato, soprattutto dopo i problemi di salute).
I media di fronte a queste esitazioni e a qualche errore hanno subito applicato ferocemente quello spirito critico che da sempre si dimenticano di esercitare di fronte al potere vero, perfino sulle quisquilie, oppure, recentemente, hanno esultato senza ritegno di fronte ad un primo segnale di “normalizzazione”, ossia la creazione del direttorio di garanti.
Estasiati di fronte a certi riti che ricordano il passato, innamorati del giochino su cui parlare voluttuosamente fino all’infinito, totalmente indifferenti alle sorti vere di un paese in costante, drammatica decadenza.
Antropologicamente diversi.
Ho ammirato molto gente come Di Battista e altri, con la loro carica quasi adolescenziale, con la loro utopia del 51% e della riforma possibile dall’interno.
Ho l’impressione che abbiano sottovalutato il cancro italico, non a caso ora si rivolgono all’Europa con violenza, anche sbracando, come all’unica via per riformare, a forza, un paese marcio.
Su questo concordiamo e in questo ho sempre riposto la mia fiducia nella UE, come unica via per riuscire nell’impresa, anche parzialmente, l’impresa di innestare l’Italia nella globalizzazione.
La gente preferisce credere ai pifferai e ad un passato che non ritornerà più per ovvi motivi storici ed economici.
Di fronte alla furia della storia e al cambio di asse terrestre (sempre più verso il Pacifico), è più facile accanirsi con i fenomeni superficiali (l’euro, i migranti e così via) piuttosto che con le vere cause.
In Italia non manca mai la carne da macello pronta a seguire l’imbonitore di turno e il clima plumbeo della crisi economica prolungata, basso continuo di un cambio epocale, alimenta, con la sua nostalgia rabbiosa per un passato migliore, le debolezze strutturali di quello che è in fondo un paesello che ha vissuto per troppo tempo al di sopra delle sue possibilità, nonché pone sul piatto tutta una schiera di capri espiatori su cui tutti i Salvini del mondo possono esercitare la loro facile retorica.
Il dilagare dell’astensionismo suggella e suggellerà sempre più l’ennesimo disastro democratico, lo scoramento di fronte allo spudorato renzismo, l’apoteosi della facciata.
Pochi si ricorderanno che solo il Movimento ha reso dei soldi per davvero (altro che il gioco delle tre carte degli 80 euro) o che, per esempio, ha messo fuori b dal Senato.
Molti faranno ironia sui numerosi passi falsi formali e l’Italia riscoprirà la sua naturale tendenza lepenista e destrorsa, in forte, ancorché finta, concorrenza con un PD light, totalmente democristianizzato.
Le ultime battute tra i due amanti “b non dà più le carte” – “il premier si illude”, saranno la parte piccante della telenovela solo apparentemente nata col patto scellerato del Nazareno.
Auguri.

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