Finchè c’è Fincher…

David Fincher è sempre stato uno dei miei registi preferiti, uno dei pochi ormai che valga la pena seguire in questa Hollywood sempre più disastrata.
Il suo recente passaggio anche alla produzione televisiva high-level con lo splendido “House of Cards” conferma che il nostro ha capito come tutti che il futuro della qualità e del film pensante, adulto, è già lì, nella serialità di livello, e non certo nelle occasionali e sempre meno producibili e distribuibili pellicole di due-tre ore.
Fincher ha inanellato una serie di film entrati nella leggenda, tra i quali “Seven” e “Fight club” ma, come capita spesso, ha raggiunto l’apice con un film ampiamente sottovalutato come “The game”, autentico capolavoro nel genere del film a incastro verso l’abisso e vetta formale difficilmente superabile da chiunque.
In compenso il suo ultimo periodo è parso a me molto alimentare, grandi blockbusters (tipo “Millennium”) ma poca sostanza vera oppure imbarazzante come per quel “Benjamin Button”, caso da manuale di magniloquenza produttiva al servizio del nulla.
“Gone girl” (L’amore bugiardo…sì, certo) è il ritorno alla forma consueta e uno dei migliori thriller degli ultimi anni, genere ormai desertificato dalla new hollywood, pariteticamente alla commedia brillante, un genere di cui ricordo a malapena “Fracture” (Il caso Thomas Crawford) come uno degli ultimi veri capolavori.
Protagonista di “Gone girl” Ben Affleck, un non-attore che si fa preferire proprio per l’aria perennemente attonita e per la specializzazione in parti di belli e ricchi caduti in disgrazia.
Sulla falsariga della scelta apparentemente bislacca di Cruise per quel capolavoro atomico che fu “Eyes Wide Shut” di Kubrick, un regalo quasi immeritato, dietro la camera e il progetto esiste un regista che non sceglie a priori i migliori ma fa le ricerche giuste per il ruolo.
Per un ruolo “attonito” e abbastanza ritardato vanno bene entrambi, perfetti nella parte del marito che non sa mai nulla e ci arriva sempre dopo.
Figura che tutti noi abbiamo incontrato nella nostra vita e che spesso abbiamo interpretato direttamente.
Probabilmente anche meglio del duo Tom-Ben, nomen omen per i non brillantissimi all american men.
Ad un certo punto viene data la definizione di “sociopatica”, ossia colei che non è empatica, è fredda nel profondo, la manipolatrice senza scrupoli per eccellenza.
Rosamund Pike è perfetta per il ruolo e interpreta, perfino con folli estremismi, l’ultima versione della classica “dark lady” siffatta.
Al netto di qualche forzatura, un gran bel vedere, un finale molto amaro e un basso continuo che descrive nel profondo la falsità e la manipolazione mediatica, altra manipolazione che permea ormai qualsiasi vicenda umana, soprattutto di quelle che sventuratamente assurgono ai fasti della cronaca.
La verità è un optional, antica morale ma sempre disturbante, la buona fede pure.
In questo mondo di pazzi e di veri vampiri Fincher dipinge sempre bene i suoi scenari e questo è il film che mi ha più ricordato “The game” proprio per l’incedere sconsolato, ricco di amarezza, di grande bellezza formale, mentre il mondo intero di una persona si sta sgretolando in maniera quasi surreale, nel gioco di specchi del falso e del vero che si rincorrono fino alla totale sovrapposizione.
Bentornato David.

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One thought on “Finchè c’è Fincher…

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