From Genesis to trouble

Nella mia lunga carriera di amante della musica, gli inizi sono contrassegnati sostanzialmente da tre pilastri : Pink Floyd, Genesis, David Bowie.
Poi si sono aggiunti altri giganti, come Kate Bush e altri, ma il trio iniziale è quello.
Prima ancora c’erano i Beatles, la sorgente di tutto : il primo singolo in vinile comprato fu, su insistenza forte, “Lady Madonna”.
Ricordo ancora i viaggi in macchina con i miei con un mangiadischi dal colore improbabile e dalla rituale altissima fedeltà (chiedete ai vostri figli cos’è un mangiadischi).
La colonna sonora oscillava tra “Bambola” di Patty Pravo (voluta fortemente dalla mamma) e il suddetto singolo dalla etichetta con la mela spaccata a metà.
Mio padre fumava nervosamente, come capitava allora, senza alcun ritegno o preoccupazioni salutistiche di sorta, in un silenzio carico e meditabondo.
“Lady Madonna” è del ’68, avevo 7 anni.
Ma è con l’adolescenza, secondo una legge classica non scritta, che parte la vera iniziazione.
E i primi, le cronache narrano, furono proprio i Pink Floyd.
Cassettine blu EMI e un mondo da scoprire : una musica davvero pensante, lisergica, che apriva la mente e le porte della percezione.
Subito dopo la sbornia che partiva da “Ummagumma” fino a “Dark side of the moon” e oltre, arrivarono i Genesis e fu subito folgorazione.
Secondo me ascoltare i Genesis come musica nuova, del momento, mentre si è adolescenti, con tutto il corollario ormonale e romantico che ne consegue, potrebbe non fare bene alla salute.
Penso di esserne un buon esempio.
David Bowie fu l’entrata nel mondo dell’arte consapevole, pensata, decadente… e fu il terzo step, l’entrata nel mondo vero.
Ma fermiamoci ai Genesis, dei quali ho visto recentemente sulla sempre benemerita “Sky Arte”, il documentario celebrativo “Sum of the parts”.
Nel filmato si parla proprio del culto Genesis, nato fra i maschi pensanti ed esperti di musica in senso stretto (così recita).
E della conseguente difficoltà del gruppo ad attrarre le donne in genere, gli amanti della musica più alimentare (niente suites ma rock’n’roll).
La folgorazione nasce lì : una musica iper romantica, che si prendeva i suoi tempi, fuori dal mondo, che parlava di atmosfere fiabesche ma senza cliché, quasi da stilnovisti in cerca della propria dama da adorare.
Soprattutto una musica di straordinaria qualità e continuità, che ha retto ampiamente la prova del tempo e che supera e di molto la gabbietta “progressive” che il nostro mondo posteriore, iper etichettante, ha cercato di affibbiargli.
Come recita il doc, non esiste un genere che possa inglobare i Genesis, esiste uno stile “Genesis”.
E non è mai esistito in fondo, come in parte nei Pink Floyd, un leader e una band di supporto bensì la “somma delle parti” è sempre stata superiore ai singoli.
“Louder than words” direbbero i Pink Floyd sopravvissuti che proprio recentemente hanno fatto valutazioni analoghe.
Quello che intuivamo ma che nella scarsa informazione di un tempo potevamo solo cogliere in maniera sbiadita era il conflitto interno, la battaglia che si stava consumando, sulla falsariga delle eterne questioni pinkfloydiane tra Waters e Gilmour.
Anche qui : uno che cede, se ne va (Barrett), due che litigano, uno mite che sta sullo sfondo (Mason).
Nei Genesis la cosa è più complessa e rappresenta una delle sfumature più belle di questo documentario.
Quello che cede, per motivi meno distruttivi e psicanalitici ma per umanissima paura del palco, dell’impegno, della pressione è Anthony Phillips, cuore pulsante dei primi Genesis, mente musicale sopraffina ma caratterialmente (basta guardarlo in faccia) schivo “loser”, secondo la pessima e manichea iconografia americana.
Nel pop rock sono molti i musicisti che appartengono ai perdenti che perdono il treno per questi motivi o che rinunciano all’impegno “mondano” della rockstar per rifugiarsi nella composizione e nell’incisione, nomi eccelsi come Partridge degli Xtc o anche semplicemente la divina Kate.
I due che litigano sono Banks e Peter Gabriel.
Il mite che sta sullo sfondo è Rutherford e poi anche Collins.
La storia qui si complica ed assume sfumature classiste come in molte storie inglesi.
Banks e Rutherford, secondo una legge non scritta di molta musica pop colta inglese dell’epoca d’oro, sono ragazzi di buona famiglia e frequentano college esclusivi (in questo caso la mitica “Charterhouse” di Godalming) con il lusso di coltivare l’arte in un ambiente lievemente retrò e repressivo.
Gabriel anche lui fa parte del lotto ma è già altra cosa.
Collins, poi, appartiene direttamente alla working class e viene assunto successivamente con regolare audizione rimanendo in fondo sempre il paria del gruppo, lontano dalle dinamiche iniziali.
Le dinamiche sono distruttive e Collins ne parla apertamente : ego in lotta fra di loro.
Dopo l’inizio del successo Peter Gabriel, genio multiforme, maschera la sua timidezza dietro una apparenza scenica sempre più teatrale e spinta quasi senza dire nulla agli altri, cogliendoli di sorpresa.
I musicisti puri del gruppo, la “driving force” costante che ha sempre portato avanti la baracca, ossia Banks e Rutherford, non approvano e approvano ancora meno la crescita sempre più evidente del frontman.
Hackett, chitarrista magistrale inserito al posto di Phillips, anche lui rimane estraneo al nucleo elitario.
Nucleo di musicisti duri e puri che nel pieno dell’avventura della vita vogliono solo dedicarsi alla creazione, alla crescita (poco sex and drugs and rock’n’roll apparentemente), senza esitazioni e senza deviazioni personali.
I Genesis piazzano senza soluzione di continuità una serie di album leggendari, di magistrale bellezza, fino a quel “Lamb lies…” che rappresentava il futuro, l’entrata in mondi nuovi, la teatralità spinta, il palcoscenico per l’ego straripante di Gabriel.
Quello è ovviamente l’album della svolta e rappresenta la fine dei primi Genesis con Gabriel che fugge letteralmente dal gruppo alla fine del tour del “suo” album (come Waters con “The Wall”) in uno split che fece scalpore e proiettò Gabriel in una carriera solista folgorante, modernissima, avanguardistica.
“Lamb” è tuttora uno dei miei album da isola deserta, secondo me e secondo tanti uno degli apici della musica moderna.
Il perfetto compromesso tra la musicalità romantica fino al dolore del gruppo primigenio e il futuro geniale e visionario che da quel momento in poi Peter avrebbe esplorato da solo.
Meraviglioso album concept, con una qualità di scrittura devastante, finisce ironicamente con “It”, canzone eterna che si conclude beffarda con le frase citazionista degli Stones dove “It’s only rock’n’roll but I like it” viene sostituita con una frase analoga che accenna alle lotte interne e non solo (‘cos it’s only knock and knowall, but I like it…).
Mentre già dal primo album solista Gabriel si lecca le ferite con pezzi immensi come “Solsbury Hill”, musica immaginifica e testi amarissimi, i Genesis, da buoni inglesi repressi e un po’ complessati come molti, tra cui Hackett stesso, li hanno etichettati, fanno la scelta interna e scelgono Collins per sostituire Gabriel.
Collins, riluttante, poco amato (anche in seguito sarà odiato per l’eterno successo da solo e per la sua iperesposizione, perfino da Banks che non lo nasconde affatto, unico ad essere presente ai due Live Aid dopo il volo in Concorde), musicista però tecnicamente completo e migliore di tutti i possibili cantanti provinati, prende da quel momento timidamente il microfono senza far rimpiangere l’arcangelo (cosa in sé davvero complessa) ma soprattutto, senza farsi notare, con la concretezza del travet che ha l’occasione della vita, porta i suoi due compari ben nati verso la vera gloria commerciale.
Prima, però, incidono l’ego trip del duo Banks-Rutherford, quello anti gabrielliano, e piazzano sul mercato uno degli album più belli della storia e non solo dei Genesis, “Trick of the tail”.
Piuttosto sorprendentemente direi.
Ancora adesso la sequenza Entangled-Squonk-Mad man moon, suonata senza soluzione di continuità fa venire i brividi e porta alle lacrime in pochi nanosecondi.
Dopo, lentamente ma inesorabilmente, il piccolo e malmesso ex batterista ripulisce il gruppo da tutte le benedette scorie progressive e lo porta nel secolo giusto, quello di Mtv nascente.
A suon di pezzi brevi, nervosi, hits e pop stardom.
E dietro le quinte colleziona trenini e memorabilia di Alamo secondo la più bislacca iconografia dello sfigato.
Ma colpisce nel segno perché perfino Banks, anima nobile e musicista elitario se ne esiste uno, ricorda nel documentario con lacrimuccia l’emozione tuttora esistente nel sentire le proprie hits per radio o lo shock cardiaco nel vedere le folle oceaniche degli stadi per i trionfali tour, soprattutto quello di “Invisible touch”, sapendo bene che non sarebbe durata a lungo.

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