L’annuale rito

Sempre più stancamente si trascina il rito dell’uscita annuale di un nuovo film di Woody Allen.
Mentre una volta questo aveva un “je ne sais quoi” di rassicurante, come il ritrovare un vecchio amico che ha sempre doni interessanti, magari di gusto ormai prevedibile ma ben confezionati, oggi il rito si è consunto ed anno dopo anno Woody sembra lievemente incidere sulla sua leggenda.
O anche pesantemente, come nel caso di “Vicky Cristina Barcelona” o “To Rome with love”, due pacchi senza speranza che hanno veramente colpito sotto la cintura e hanno messo in difficoltà noi adoratori che abbiamo consigliato per anni l’omino occhialuto come dieta essenziale per un uomo ben nato.
Prendiamo l’ultimo regalo ad esempio : “Magic in the moonlight”.
Sulla carta aveva tutto per piacere.
Una certa confortante carrellata su temi già visti (quante scene di magia su un palco abbiamo visto all’inizio dei film di Woody?), una location meravigliosa (la Costa Azzurra e in particolare la “corniche d’Or”), un tempo che si presta al sogno (gli anni venti-trenta), attori sempre ben pescati (Colin Firth, la meravigliosa Eileen Atkins), qualche classica indulgenza al topos pigmalionico riprodotto dal nostro anche nella vita privata (qui il duo Firth-Emma “big eyes” Stone, con uno iato di quasi trent’anni).
Eppure.
Eppure il bersaglio viene nuovamente mancato, nella sostanza e la sostanza, spiace dirlo, si chiama sciatteria.
Questo è un film a cui bastava poco per essere migliore, soprattutto serviva una scrittura più precisa, più rifinita, una regia meno distratta.
Se in passato, vicino alle sorgenti del proprio sconfinato talento, Woody schioccava le dita e piazzava film deliziosi anche in bagno, scritti con la mano sinistra ma sempre godibili, adesso il peso degli anni, le increspature dei cliché, la poca attenzione al tutto, come se si volesse lavorare e basta, per tenersi vivi, come lui stesso ammette in molte interviste, non portano risultati come una volta.
Perfino “Blue Jasmine” e “Midnight in Paris”, i due migliori, nettamente, del periodo recente, soffrono di una patina di stanchezza e ripetitività evidenti.
In fondo l’ultimo film di Woody che ho davvero apprezzato è “Whatever works” (Basta che funzioni) del 2009, un film spesso brillante e delizioso ma che in passato sarebbe stato derubricato a film minore : per dire il livello del passato.
L’ultimo grande film resta “Match Point” (e siamo già a 10 anni fa…time flies baby), un capolavoro che peraltro non sembra neanche un classico film alleniano, come è noto.
Il nostro non ha hobbies e resta sempre una gradita presenza ma temo che dovrebbe cercarsi altre attività, oltre al cinema, al clarinetto e al basket.
La scena simbolo di questo piccolo, triste film è la scena dell’osservatorio.
Anche qui, il topos è smaccato e rimanda ad altri film alleniani, a partire dalla mitica scena di Manhattan : pioggia, rifugio, osservatorio, scena d’amore.
In “Magic” la scena è stanca, la qualità della scrittura non ricorda neanche lontanamente il modello iniziale, con le meravigliose scene Allen-Keaton, e il nostro anziano protagonista addirittura si accascia in un angolo perché stanco, per poi risvegliarsi più tardi con l’annoiata Emma Stone a latere.
Una scena simbolo direi della vecchiezza, della stanchezza psicofisica, in fondo una scena che rappresenta icasticamente, quasi in maniera autoironica (senza veramente esserlo) il declino.
Il rito è rassicurante anche se chiaramente “non è più come una volta”.
Ma ovviamente nel 2015 saremo ancora lì a chiamare gli amici per andare a vedere “l’ultimo di Woody”.

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