Distopia in salsa bearnaise

Michel Houellebecq è sicuramente uno dei miei scrittori contemporanei preferiti.
Ho sempre l’impressione che lui sia al centro dei pensieri che girano nel mondo e che abbia sempre quel pizzico di feroce trasgressività che rende più appetibili le pietanze, spesso indigeste, che serve.
Questa volta, con “Sottomissione”, penso che abbia superato sé stesso e si sia ritrovato al centro del mondo, perfino suo malgrado, con un romanzo di filosofia politica che alla luce dei fatti recenti di Parigi è semplicemente profetico.
Non si può dire che Michel, pur vivendo spesso fuori dall’Esagono, non abbia le idee chiare su quanto succede lì e in generale nel mondo.
Questo romanzo sta spopolando in vendite ed attenzione quasi come se ci fosse stata una regia occulta.
Si tratta invece di pura coincidenza ma la scrittura resta e le distopie, sempre affascinanti su carta, qui trovano un nuovo, dolente epigonale campione.
La storia è nota, è un romanzo breve (altra qualità sempre più apprezzata su queste sponde) che racconta con la consueta disincantata e depressa ferocia e sempre in prima persona (il protagonista è un professore quasi in pensione, esperto di Huysmans) una deriva politica ipotetica, ossia il saldarsi per convenienza politica ed economica delle istituzioni francesi con un partito islamico di minoranza che grazie alla moderazione e alle qualità del suo leader riesce ad andare al potere, in forte contrapposizione al FN di Marine Le Pen, e a far virare la Francia “gentilmente gentilmente” come direbbe MogolBattisti, verso una morbida realtà sociale neo-musulmana.
I temi sono tanti e trattati con la consueta penna laser : la decadenza dell’Occidente (e chi se non Huysmans?), la sua fondamentale mancanza di valori forti e quindi la facile cessione di sovranità verso chi ne ha (anche se discutibili) a patto di avere una serie di optionals, soprattutto economici, ai quali è ormai difficile rinunciare : soldi, donne (qui la poligamia naturale di certi maschietti aiuta), cavalli di Troia del cambio di mentalità.
Il tutto facendo nomi e cognomi di personaggi della politica e del giornalismo viventi, prefigurando addirittura una tempistica attuale, quasi non distopica in realtà ma ucronica : il 2022.
Domani mattina.
Chiaramente un pamphlet amorale ed estremo, in salsa bukowskiana alla Houellebecq, ossia in versione meno popolare e più borghese inacidita, più adatta al crudele mondo moderno e alla civiltà europea, infinitamente più raffinata e perversa, in fondo, di quella oltreoceano.
Qua e là sprazzi di porno quasi sconsolato, residuale, nell’ambito di una depressione cosmica, autoriferita che è quella del suo autore : basta guardarlo nelle recenti, frequenti interviste e si capisce molto del suo mondo e dei suoi personaggi.
In forza di questo e spesso nonostante questo Michel vola alto e ha una tecnica e uno stile di scrittura che inesorabilmente tengono incollati alla pagina.
A dispetto della sua stessa ammissione, che condivido in pieno, secondo la quale il vero killer delle pretese dell’islamismo estremo è la laicità e non una religione contrapposta, Michel si ricorda di essere un creatore di fiction, al di fuori dei talk shows, e impiatta un’idea diversa, con sfumature inedite.
Secondo me e secondo molti romanzo folgorante, soprattutto nel finale, di grande attualità cà va sans dire, sicuramente non per tutti i gusti.

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