L’amour

Invecchiare, alternativa che preferiamo ad altre peggiori, come è noto ha qualche inconveniente.
In realtà non penso alle solite che vengono in mente ma penso a quelle, veniali, che toccano chiunque di noi sia minimamente interessato alla fruizione di opere d’arte.
Libri, film, musica.
Se una parte qualsiasi di questi veicoli d’emozione raccontano le due issues principali di ogni vita, l’amore e la morte (Woody aveva davvero proprio azzeccato il titolo di uno dei suoi capolavori comici) è sempre più difficile, appunto, non emozionarsi.
Nemmeno le consuete barriere della tecnica, della disquisizione su modi e tempi, della visione da “critico”, attenua questa umida slavina.
Meglio in ogni caso avere una spalla pensante e col cuore pulsante al proprio fianco.
Di solito capisce e ci prende in giro, ma in fondo esorcizza le stesse passioni, le stesse paure.
E guarda nella stessa direzione, mano nella mano.
Ho visto recentemente due piccole, grandi opere che hanno colpito ancora nel segno del mio cuore e della mia mente.
Uno è l’episodio finale di una serie, “The Newsroom”, che ho adorato convintamente per anni, per ambientazione, regia, dialoghi (Aaron Sorkin è un genio e lo sa), recitazione, tutto.
In realtà siamo alla seconda stagione, prima dell’ultima, tuttora inedita in Italia.
Non sorprenda ormai che il meglio del cinema oggi viva su altri schermi.
Assieme alla tecnologia e alle comunicazioni, il meglio di questo mondo si trova proprio lì e compensa gli enormi arretramenti che qualsiasi ometto della nostra età ha riscontrato in altri territori, soprattutto quelli musicali.
“Election Night, part II” viaggia per gran parte del suo tempo sui livelli, invero altini, della serie, ma è negli ultimi cinque minuti, come capita spesso, come capitò ad esempio nello spettacolare pilot, che si alza improvvisamente l’aereo.
Esattamente come capita nella vita, prosaica perlopiù, ma qualche volta in elevazione improvvisa e rivelativa.
Nel finale di stagione si sblocca di colpo l’eterna sospensione amorosa tra i due protagonisti.
E si aprono nuove vie “sentimentali” su altri personaggi.
Vista così sembra una parabola classica di molte serie, anche alimentari.
La differenza la fanno, come sempre, gli accenti di verità, la qualità del dialogo e delle interconnessioni, la strepitosa bravura degli interpreti.
Con Jeff Daniels (al top della sua arte, secondo me, a parte la folgorante parentesi di “The purple rose of Cairo”) ed Emily Mortimer siamo in banca, sotto questo aspetto e molti altri, con quella nota costante sorkiniana autoironica e veloce che attenua la saccarina incombente.
Il clic del mouse chiude un altro episodio memorabile ed una serie che, secondo me, rimpiangeremo a lungo.
Al cinema è invece sempre più raro trovare film per adulti pensanti e quando questo capita, come spesso è stato registrato in questo blog, mi affretto a farne menzione.
“Le week-end” di Roger Michell appartiene di diritto a questa categoria e non appena è stato possibile vederlo mi sono affrettato al divano (immagine terribile, ne convengo).
Un film su una anziana coppia inglese che torna a Parigi, luogo del loro viaggio di nozze, per un weekend romantico.
Non poteva non intrigarmi.
Soprattutto se il film ha la firma di Roger Michell (regista di “Notting Hill”) e la penna di Hanif Kureishi alla sceneggiatura.
Poi, la ciliegina sulla torta che in realtà è tutta la torta per film come questi : due interpreti fenomenali, di solida formazione anglosassone, Jim Broadbent e Lindsay Duncan.
Due tipi umani che abbiamo incontrato spesso, la donna, più concreta, più dura, l’uomo, il professore un po’ sognatore ma con la “perversione” di cercare solo l’amore della moglie senza neanche pensare al resto del mondo e alle “sconosciute” da portare a letto e in casa.
Vedere recitare questi due giganti è come assistere all’interplay tra due grandi musicisti.
Una serie di sfumature, tempi, atteggiamenti al limite della perfezione, cronometrici e tecnici fino alla totale sovrapposizione con la realtà concreta della vita di ogni coppia.
Mi ha ricordato un film molto più crudele, una analisi spietata dell’amore NELLA morte, come “Amour” (appunto) del grande Haneke.
Oppure mi ha ricordato l’amore così come dovrebbe essere e una delle scene che ricordo come tra le più struggenti della recente storia del cinema, Morgan Freeman che entra in sala operatoria guardando la moglie in “The bucket list”, un film decisamente più commerciale ma con grandi momenti e soprattutto con grandi interpreti.
Come spesso in questi film il rito borghese della cena fa da sfondo alle agnizioni più importanti e alle svolte del plot.
Anche questo film non fa eccezione e la scena in questione è magnifica, anche grazie al contributo di un Jeff Goldblum perfettamente in parte nel ruolo dell’intellettuale vanesio, superficiale, di successo.
Sulla falsariga del leggendario “Bande à part” di Godard, il film si conclude su una nota leggiadra, da simbolismo francese rivisitato, con i tre personaggi principali che ricreano in un bar della Parigi moderna la stessa danza pensosa e sincopata.
Un piccolo gioiello.

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