Carlo!

Guardando “Carlo!”, il breve documentario di Giagni e Ferzetti su Verdone, è facile indulgere alla nostalgia ed alla malinconia sul tempo che passa e su come eravamo, esattamente come nelle corde del protagonista, regista e comico solo apparentemente buffo.
L’affettuosa simpatia che Verdone ha per i suoi personaggi, spesso mostruosi, è la stessa che in genere si prova per lui stesso, una persona che molti amerebbero chiamare “amico”.
Lui stesso dice nel documentario “non sono bravo a fare gli stronzi, non ci tento neppure”.
Dipinge personaggi soli (la solitudine è il comune denominatore dice Verdone stesso), spesso grotteschi, mai feroci, disumani, cattivi.
Resta curioso che il nostro regista più fieramente “provinciale”, romanesco, erede evidente dei Sordi (ma con più dolcezza, appunto), dei Fabrizi, sia in fondo quello che più ha cercato, nel mondo commerciale e spesso becero della commedia all’italiana post epoca d’oro, di andare oltre le strettoie del genere in cui abitava così naturalmente e talentuosamente, di cercare modelli più alti, spesso di derivazione americana.
Con le differenze qualitative del caso, come regista spesso mi è sembrato, almeno idealmente, l’Allen italiano e come attore una specie di Lemmon.
Due nomi che ricorrono spesso nei suoi discorsi.
In questo senso Verdone mi ha sempre incuriosito, nei suoi tentativi, qualche volta falliti, qualche volta “malinconicamente” raggiunti, di andare oltre Roma e la commedia post monicelliana.
Sulla falsariga del suo modello Woody, ha tentato di andare oltre la “formless comedy” del grande creatore di gag o di personaggi, per andare fatalmente verso la commedia romantica agrodolce.
Nonostante da una parte il mondo gli chiedesse sempre le stesse cose.
Woody ha spesso ironizzato sul fatto che la gente gli dicesse continuamente ed ossessivamente che erano meglio le prime commedie, quelle che facevano ridere.
E Carlo dice che dopo due film di enorme successo basati sull’accumulo delle gags e dei personaggi che l’avevano lanciato, tutti erano al varco perché pensavano si fosse sparato tutte le cartucce di guitto televisivo.
Con “Borotalco”, un film che rivisto adesso fa tenerezza nella sua preistorica, involontaria descrizione di un’Italia scomparsa, Carlo cerca altro ed è qui che comincia a piacermi infatti.
Due in particolare sono i film che ho apprezzato, i due della fuga dall’Italia ovviamente, anche geografica.
Uno ha avuto successo, l’altro clamorosamente no.
In entrambi ha un ruolo preponderante la musica, la musica rock, quella di Hendrix ma anche quella di Sylvian.
Carlo è un grande appassionato e questo me lo rende ancora più affine e simpatico.
Il primo è “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”, a mio avviso una delle più belle commedie italiane di sempre.
Con la grande Margherita Buy, grande perché nella parte della vita, quella archetipica, quella dove non può sbagliare.
Con le tenerezze sulle derive del fandom, della fuga in Inghilterra, “Land’s end” appunto, dove si svolge una delle scene più famose del film.
Un film che punta alla Cornovaglia e vuole arrivare fino in fondo non poteva non incuriosirmi.
Con quella punta di profonda malinconia che imao (in my arrogant opinion) rende Verdone un regista migliore di quello che in fondo sarebbe.
Il secondo film è “Iris Blond”, un film inferiore al primo, soprattutto per la sua protagonista femminile (Gerini vs. Buy : no match) ma che aveva delle atmosfere, degli stilemi, perfino una musica anni luce lontani dall’Italia e dalla Rometta di molte pellicole del nostro.
Musica notevole, peraltro, scritta apposta per il film, post elettronica, mai abbastanza valorizzata nella sua originalità.
Un finale talmente “europeo”, malinconico e piovoso, che il buon Cecchi Gori produttore del film, ricorda Carlo, esplose con rabbia lamentando che con quel finale avevano perso almeno qualche miliarduccio.
Verdone è già abbondantemente pronto per il suo “Borghese piccolo piccolo”, per seguire le orme del suo padre putativo Alberto Sordi, che aveva suggellato l’eredità con “In viaggio con papà”, da lui voluto e diretto.
Forse ci aveva già tentato con il cameo perfetto de “La grande bellezza”, anche se il montaggio di Sorrentino, come poi è trapelato, ha un po’ minimizzato l’impatto che avrebbe potuto avere quel personaggio.
Meglio così senz’altro piuttosto che l’annuale rito del film diretto in proprio, anche qui come il suo mentore Woody, e anche qui con esiti a dir poco alterni.
“Sotto una buona stella” era francamente imbarazzante e non all’altezza di una filmografia ormai ragguardevole.
Con l’affetto che per lui tutti proviamo : provaci ancora Carlo.

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