Struck n. 17

Quando ci capita di tornare al grande cinema, anche recente, non si può restare indifferenti.
E tocchiamo con mano l’ormai enorme iato tra un certo cinema di parola, scandaglio teatrale nella psiche umana, e il cinema anche migliore dei nostri giorni, così postmodernamente di superficie.
Ho visto quasi per caso “L’infedele”, un film del 2000 di Liv Ullmann su sceneggiatura del suo mentore, amante, regista Ingmar Bergman.
Un film “di” Liv Ullmann ma senza Liv Ullmann.
Qui sostituita da una attrice di pari bellezza ed efficacia, la straordinaria Lena Endre, quella che Ingmar stesso definiva “uno Stradivari”, per la perfezione nella mimesi dei sentimenti.
Davanti a lei, un altro monumento della cinematografia mondiale e bergmaniana in particolare, Erland Josephson.
Che in questo drammatico triangolo amoroso rappresenta l’artista solitario che vive su un’isola quasi deserta e che “evoca” Marianne, la protagonista, perché le racconti la sua storia in modo che diventi una storia da mettere su carta.
A totale immedesimazione l’artista si chiama Bergman e l’isola (anche qui l’eterna fascinazione per le isole, soprattutto nella loro relazione con l’amore) sembra proprio essere quella di Fårö, il buen retiro di Ingmar nella vita, luogo metafisico e luogo dell’anima se mai ce ne fu uno.
Scommetterei che Von Trier, altro scandinavo, sia partito da questo film straordinario per impostare la narrazione di “Nymphomaniac”, la donna “dannata” che racconta senza reticenze e l’uomo maturo, isolato, che ne raccoglie le confidenze.
Come in molti film di Bergman la famiglia, l’amore coniugale, la passione e il sentimento sono la carne e la trave portante di un cinema di parola elegantissimo, potente, metafisico, quasi da tragedia greca.
La Ullmann ci aggiunge una certa nota femminile, più concreta e indulgente allo stesso tempo, nonché un certo gusto quasi hitchcockiano nel disseminare di indizi e di piccoli segnali la storia, cosa che, nella rarefazione dell’impianto scenico, ha un effetto dirompente.
Come in certi film di Haneke o del grande Chabrol.
Sulla falsariga di “Conversazioni private” (il primo film della Ullmann), dei bergmaniani “Sarabanda” (film geniale) e “Scene da un matrimonio” (monumentale e definitivo), questo film è un cuneo innestato laddove esiste il cuore dell’uomo : l’amore e i suoi misteri.
Grandissimo film.

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