KB

Le iniziali del titolo rimandano immediatamente alla divina Kate Bush.
Ma sono le stesse di un altro grande britanno che, a differenza di Kate, presente “in note” con “Running up that hill”, ha partecipato direttamente alla splendida cerimonia d’inaugurazione delle recenti Olimpiadi di Londra.
D’altronde su di lui il glorioso Regno Unito ha sempre puntato, mettendogli sulle spalle fin da piccolo l’enorme responsabilità di erede del grande Laurence Olivier.
Kenneth Branagh, una vita da predestinato che non ha fallito, ma sempre con quel sorriso disincantato di uomo contemporaneo, così diverso dall’aura intangibile di Olivier, uomo della vecchia Inghilterra imperiale.
L’isoletta magica, culla del teatro e di tante altre cose, ha sempre avuto come grande forza trainante una genìa di registi, attori, drammaturghi senza pari in tutto il mondo.
La generazione di KB non ha fatto rimpiangere quella precedente, ricca di fenomeni, da Olivier a Judi Dench, Maggie Smith ed altri monumenti della recitazione.
Non era facile né scontato.
Peraltro dettando legge sia nel dramma che nella commedia, a dimostrazione che il vero talento non conosce veri confini.
Dalla RSC (Royal Shakespeare Company), l’università del teatro europeo, e poi con la propria compagnia, Kenneth già ventenne svetta sui difficili palcoscenici londinesi, subito con Shakespeare, e poi verso il cinema, col debutto alla regia con “Enrico V” a soli 29 anni.
Da quel momento in poi, secondo me, raramente ha sbagliato un colpo, sempre in crossover tra UK ed USA, come si addice ad un cittadino del mondo.
Una logica binaria che attraversa due suoi film che ho adorato e adoro tuttora come due perle inarrivabili.
Nel primo, “Gli amici di Peter”, sorta di “Grande freddo” in salsa worcester, la sua parte è quella dell’uomo di successo che ovviamente ha varcato l’Atlantico per cogliere i grandi frutti, come scrittore a Hollywood sposato ad una attrice regolarmente capricciosa.
Nel secondo, lo straordinario e devastante “In the bleak Midwinter” (Nel bel mezzo di un gelido inverno), film definitivo sul teatro e sulla vita in una Compagnia, KB, da regista, si immedesima nell’attore regista teatrale sfigato e visionario, protagonista di questa commedia capolavoro, ancora diviso tra il passato, gli amici, la dimensione ridotta (fare Amleto, ultima chance senza soldi in un paesino chiamato “Hope”…) e il possibile successo, guarda caso oltreoceano (qui rappresentato dalla superficiale e potente agente Joan Collins).
Una dicotomia che anche la vita di KB regista rappresenta in pieno.
L’alternativa tra il teatro, l’Inghilterra, i progetti “ridotti” e la magniloquenza blockbuster di operazioni come “Thor” e “Cenerentola”, pellicole al quale il nostro ha dato comunque una patina di nobiltà senza esserne travolto.
Ma sono quei due film citati prima alcuni degli apici indiscussi, così come la rivisitazione post hitchockiana di “Dead again” (L’altro delitto), con Emma Thompson, compagna di molti anni anche nella vita, Derek Jacobi ed altri eccelsi attori inglesi.
Per non parlare delle due vette shakespeariane, il patinatissimo “Amleto” in versione integrale (più di 4h…ricordo ancora gli svenimenti in sala alla prima), a mio avviso la versione cinematografica definitiva del magico testo, e il vitalissimo, primaverile, grandioso “Much ado about nothing”.
Più recentemente, solo Kenneth poteva dedicarsi credibilmente ad un testo di Anthony Shaffer (autore da West End se mai ce ne fu uno), il fantastico “Sleuth” (2007), con Jude Law che incredibilmente regge la scena con un altro gigante inglese, Sir Michael Caine.
Oppure la piccola, ma significativa, sortita nel nuovo mondo delle serie tv deluxe, quel “Wallander” così impregnato di atmosfere post marlowiane in salsa svedese.
Nel 2011, in “Marilyn” di Simon Curtis, Kenneth accetta la sfida col suo riferimento di sempre, e non sfigura nel ruolo di…Laurence Olivier, alle prese con una bizzosissima Monroe sul set di “The prince and the showgirl”.
Un cerchio che si chiude.

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