Comparazioni

Nei giorni scorsi, stando su Sky, sarebbe stato possibile passare in un attimo dal top della serialità americana e mondiale al top italiano.
Senza soluzione di continuità.
Dal finale di stagione di “House of cards” alle ultime battute di “1992”.
“1992” mi intrigava molto soprattutto per l’ambientazione e l’argomento, una disamina a distanza di neanche tanti anni del fenomeno Tangentopoli e del passaggio dell’Italietta dalla prima, corrottissima repubblica, alla seconda, maggiormente corrotta ma imbellettata di marketing e di finto nuovismo.
Un classico italiano.
Secondo gli stilemi Sky la produzione è ricca, ostentatamente moderna, lontana dal trash e dal provincialismo mefitico della fiction standard italiana, ricca di mostri indimenticabili.
Le buone notizie però finiscono qui.
Il rituale asino casca laddove non ci si può proprio fare nulla, in uno dei due corni chiave per fare andare avanti un serial che sono script e recitazione.
Se lo script, pur con molte lacune e debolezze, può anche starci, soprattutto se paragonato allo standard italiota, la recitazione, vero punto di non ritorno del disastro italiota in quasi tutte le produzioni (filmiche, televisive, teatrali) qui tocca punte inarrivabili di mediocrità che paradossalmente urlano ancora di più vista la confezione ben più credibile del solito.
È come essere invitati ad un gala e presentarsi in ciabatte e pigiama.
La cosa non è passata inosservata neanche da noi dove una certa desuetudine all’arte della recitazione fa passare per bravi personaggi che altrove, in una produzione, raccoglierebbero le ordinazioni del catering.
Ci sono state pure delle diatribe online tra qualche critico che ha osato dire la verità e le mamme di qualche attrice, come la devastante Tea “ehhhh?” Falco, una maestra della dizione (ma non solo).
Diciamo che, come capita spesso purtroppo qui da noi, ho dovuto scoprire per forza l’esistenza del servizio sottotitoli in MySky.
Ma è anche il tono della recitazione che è costantemente fuori contesto e fuori logica, in un mondo dove peraltro uno come Stefano Accorsi svetta, così, per dire.
Purtroppo le buone scuole non esistono e varie sono le vie per cui si arriva a grandi produzioni, come la stessa fiction evidenzia spesso nel suo racconto.
Script e recitazione sono i due corni per i quali il paesello resta sempre 1000 km. indietro rispetto a Francia e UK, i capisaldi europei, sul piano della qualità, della finezza.
E “1992”, pur nello splendore della produzione,non fa eccezione.
Poco prima mi ero appena visto il finale della terza stagione di “House of Cards”, ossia il meglio mondiale e sicuramente una delle serie, ma direi meglio opere d’arte, della storia del cinema.
A parte la grandezza dell’intera stagione, tutta innestata sulla cupa realtà dell’esercizio del potere (il nostro Frank è ora presidente degli Stati Uniti, come è noto), il finale di stagione è, senza tema di smentita, probabilmente la cosa più grande, monumentale, straordinaria mai vista su uno schermo televisivo.
Una sceneggiatura implacabile, con punte di perfidia geniale come nel plot folgorante dell’uccisione di Rachel, attori immensi in stato di grazia (Spacey e Wright su tutti ma anche il meraviglioso caratterista Michael Kelly che interpreta magistralmente Doug), una regia d’altissimo bordo, perfino un soundtrack che meriterebbe 10 Oscar (Jeff Beal è un fottuto genio).
Nessuno dovrebbe omettere di vedere quest’ora leggendaria, shakespeariana e kubrickiana allo stesso tempo, con punte di genio assoluto come nella scena finale nella Sala Ovale tra i due protagonisti, marito e moglie, che fa finire in decollo totale una serie che è già storia alzando l’asticella ad un livello tale che ci si chiede seriamente come sia possibile anche solo tenere e continuare su questa strada.
Enrico Mentana su Facebook ha parlato della sequenza televisiva “House of Cards – 1992” come del passaggio da “Blade Runner” a “La liceale nella classe dei ripetenti”.
Vedere in sequenza questi due campioni nazionali a me invece ha fatto l’impressione che hai quando guardi il pattinaggio artistico e dopo l’esibizione del campione olimpico, mondiale, dell’universo (che so, un Plushenko) che fa la prova perfetta, arriva il campione rionale, italiano e deve affrontare una platea muta e ormai molto distratta.

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