La mia generazione ha perso

Si susseguono senza soluzione di continuità le generazioni che ragionevolmente possono dire di aver perso la guerra nel tentare di far diventare questo paese un paese “normale”.
Il grande Giorgio Gaber è stato uno degli ultimi esponenti capaci ancora di una triade di emozioni che oggi sembra negata addirittura alla fonte nell’Italia renziana post-berlusconiana : incredulità, indignazione, amarezza.
Giorgio aveva sopportato con non cristiana rassegnazione gli schizzi di fango del ventennio maledetto ma aveva anche collezionato le etichette che il popolino bue, complice da sempre del potere nella condivisione degli stessi “ideali”, affibbia alle pochissime menti libere e quindi critiche.
Laddove in Francia da “bobo” a “gauche caviar” o altrove con “radical chic”, gli epiteti restano all’interno di una normale dinamica borghese, grazie al fatto che esiste una borghesia vera, in Italia il popolino spara le sue sentenze ideologiche manichee con antico riflesso cattolico : comunista.
Così come il grandissimo Pasolini, Dario Fo e altri, dei paria in questo paesello, così anche Gaber, nel momento in cui uscì dal mainstream canzonettaro divenne subito un maestro inascoltato, guardato con sospetto e con quello sguardo tra l’incredulo e il demente così tipico dell’italiota medio.
Nel recente serial “1992” viene citato “Petrolio”, opera incompiuta e straordinaria di Pasolini, in uno dei punti più lucidi e visionari :
«Ci sono persone che non credono niente fin dalla nascita. Ciò non toglie che tali persone agiscano, facciano qualcosa della loro vita, si occupino di qualcosa, producano qualcosa. Altre persone invece hanno il vizio di credere: i doveri si concretizzano davanti al loro occhi in ideali da realizzare. Se un bel giorno costoro non credono più – magari piano piano, attraverso una serie successiva, logica o magari anche illogica, di disillusioni – ecco che riscoprono quel “nulla” che per altri è stato sempre, invece, così naturale.»
Questo è uno degli orizzonti in cui si è mosso Gaber, che non a caso e sempre in maniera sanamente non convenzionale, ha affrontato anche il problema della fede.
Gli ultimi due meravigliosi album, il primo, del 2001, che si chiama come il titolo di questo post, era il ritorno in studio dopo tanto, tanto tempo.
Conteneva gemme assolute come “Destra-Sinistra”, consueta felice digressione nel sarcasmo verso gli inganni del potere e delle sue etichette, e, appunto, la canzone che contiene il verso da cui il titolo (“La razza in estinzione”).
Un pezzo elegantissimo, con un testo che andrebbe insegnato a scuola al posto di tanti inutili carducci.
Un pezzo che nel chorus centrale, dove sancisce la sconfitta della sua generazione, tocca livelli di poesia nostalgica difficilmente riscontrabili nell’intero canzoniere italiano.
L’ultimo album con inediti è già postumo (2003) e il titolo è tutto un programma : “Io non mi sento italiano”.
Addio, fratello.

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