Youth

Sono finalmente riuscito a vedere l’ultimo di Sorrentino.
Uno dei pochi per cui valga la pena uscire di casa.
Tu chiamala, se vuoi, autorialità.
Non sono rimasto deluso.
“Youth” è il classico film che apre mille discussioni, cosa già di per sè meritevole, e inevitabilmente polarizza i giudizi agli estremi.
Soprattutto perché la sindrome tutta italiota dell'”aspettare al varco” il vincitore si è qui accentuata, complice il clamore de “La grande bellezza” e la rarefatta, intellettuale elitarietà della proposta in sè, una cosa che fa imbestialire l’italiano medio per definizione, sempre pronto a rassicurazioni sulla sua mediocrità.
Nonostante una dichiarazione esplicita di anti-intellettualismo che nel film esiste (ma che ha altre valenze e che sarà sicuramente fraintesa) e nonostante il fatto che sia un film trasparente, molto semplice, poco criptico, rispetto ad altre esperienze analoghe, anche sorrentiniane.
“Simple songs” si chiama infatti la composizione a cui si fa riferimento spesso nel film, quella che ha dato la notorietà al personaggio del musicista interpretato da Michael Caine e che anima l’ultima, magnifica scena del film.
Certo, la notorietà, usata bene, può portare a Michael Caine, Harvey Keitel, Jane Fonda nello stesso film.
La competenza, poi, e la lucidità portano a Paul Dano, un attore che bisognava scoprire per davvero prima o poi e che qui, secondo me, davvero spicca il volo nella sua carriera.
In un film autoriferito dove uno dei protagonisti è un regista che “cerca” il suo film testamento (un Keitel monumentale e fragilissimo) e lo stesso Dano è un attore in cerca di una sua voce dopo qualche successo commerciale di poco conto ma di molto fastidio, in quanto ricordato perennemente dai fans.
Sorrentino ha avuto la fortuna, ad inizio carriera, di trovare un attore fuori dagli standard e perfino italiano come Servillo, per far volare dei film che avevano già la cifra stilistica visionaria che tutti riconosciamo.
Ora che gira film internazionali come questo, talmente internazionali da negargli, secondo me, altri premi, soprattutto in USA dove il paraocchi ideologico e culturale è più evidente (“La grande bellezza” è l’Italia barocca, in versione 2.0, che gli americani amano immaginare), Sorrentino non ha più solo fortuna, ma fa scelte sempre oculate, con l’aiuto di uno stile unico, riconoscibile, affascinante che lo rende a momenti l’unico regista italiano davvero degno di questo nome, l’unico che valga la pena seguire fino in fondo, a prescindere da tutto, trama, logiche, storie.
Dopo “Le conseguenze dell’amore”, il gioiello della prima parte della sua carriera, questo è il film suo che mi è piaciuto di più.
Entrambi sono ambientati in Svizzera e questo la dice lunga sulla peculiarità intellettuale di Sorrentino, in fondo un napoletano atipico, riservato, malinconico, naturalmente internazionale, pur con qualche frammento locale, che qui si esprime col personaggio eccessivo di un Maradona a riposo nella struttura hotel-spa-labirinto che è la chiave del film e che è, oltre che un set più gestibile (dal punto di vista pratico), una via verso film filosofici, programmatici, ricchi di metafore.
L’Overlook sorrentiniano è tutto qui, over…look appunto, e pur al netto di qualche spigolatura kitsch e di qualche inevitabile ridondanza da frase ad effetto, è un gran bel vedere, come sempre.
Ho parlato di Keitel e di Dano, secondo me straordinari in questo film.
Parliamo di Caine e Fonda.
Basterebbero i nomi.
Non bastano.
Michael, il grandissimo Michael, uno dei monumenti dell’arte recitatoria ed uno dei più grandi di tutti i tempi, secondo la mia modesta opinione, regala a questo film quell’acida, ironica finezza di cui questo film necessitava in quantità industriale.
Prima mezz’ora semplicemente sbalorditiva sotto ogni punto di vista, classe, cura del dettaglio intimo, nel momento in cui va tratteggiato il personaggio.
E alcune scene memorabili, come quella, magnifica, con la moglie o quella, in sottrazione, della morte dell’amico.
Jane Fonda regala un cameo perfetto, hollywoodiano anni ’70, alla Cassavetes, uno dei registi ai quali Sorrentino in qualche modo sembra debitore in questo film.
Come direbbero in altri luoghi, che Sorrentino sembra conoscere ma giustamente tenere a distanza : tanta roba.

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