Birdman

La semantica nelle arti è ampiamente sopravvalutata.
Così come la ricerca del “perché” a tutti i costi, nel dettaglio, o del “che cosa vuol dire?”.
In altre arti l’assillo del “tutto in luce senza ambiguità” è inferiore, thanks God.
Mi riferisco alle arti figurative, alla musica, dove la natura stessa dei giochini porta ad una tregua condivisa.
Nella letteratura e nel cinema invece, la parola e l’immagine che “simula” il reale portano spesso la gente a chiedere ossessivamente chiarezza invece che bellezza.
Infatti i registi più visionari della nostra epoca, i Greenaway, i Lynch, perfino i Sorrentino, spesso si ribellano alle spiegazioni univoche e gridano a gran voce l’arretratezza del cinema rispetto ad altre arti nel ventunesimo secolo, un secolo dove spesso si scrivono libri e si fanno film cose se fossimo ancora nell’ottocento, con il vizio della mimesi e della scimmiottatura del reale.
Film anche belli come “Theory of everything” e mille altri prendono premi ma restano ancora ancorati ad una narrazione che più classica non si può.
Col paradosso che tornando indietro di poco, nei meravigliosi anni sessanta ad esempio, troviamo molta più freschezza e libertà espressiva.
Penso a gran parte dello splendido cinema francese (Resnais, Truffaut stesso, Godard…), penso a Buñuel ovviamente e a tanti altri che oggi sarebbero visti con ancora maggior sospetto.
Però, nonostante tutto, la speranza alberga ancora.
Perfino negli USA e perfino all’Academy quest’anno, ad esempio, hanno dato premi e cotillons ad una operazione così indie e così “moderna”, anche espressivamente, che fino a qualche anno fa sarebbe stato ozioso già solo cercarla nella cinquina finale.
Paradossalmente Hollywood è all’avanguardia, quindi.
I premi a “Birdman” fanno ben sperare, davvero.
Un prodotto americano nel profondo, ma nel senso bello del termine, pur avendo un messicano immigrato (ormai stabilmente in California) come Iñárritu al comando.
Un film sul teatro, quindi a me automaticamente caro, girato con spirito libero e tecnica magistrale (raramente ho visto un uso così continuo ed efficace del piano sequenza), una riflessione felicissima sulla società dei media e dello spettacolo oggi.
Una specie di “Synecdoche New York” senza Hoffman e molta meno depressione standardizzata.
Con la rivalutazione di un grande attore come Michael Keaton (nel film ogni allusione alla dicotomia blockbuster-teatro per la mente è volutissima), qui all’apice evidente della carriera, con la conferma ed il gradito ritorno del sempre splendido Edward Norton, con la prima, vera parte per Emma “big eyes” Stone, con cameos di attori di primo livello e scarsa notorietà come Lindsay Duncan, già vista nel delizioso “Le weekend”.
E con un finale che creerà il solito scompiglio per la sua voluta ambiguità, sulla falsariga di altre celeberrime chiuse di altri grandi film come “Oltre il giardino”.
Capolavoro assoluto.

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