Una piccola gemma

“Gemma Bovery” conferma, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il cinema francese (ma direi : la cultura francese) viaggia su ritmi, altezze e stilemi lontanissimi dal mediocre kitsch rabbioso che è la cifra stilistica dell’italietta del tinello e dei teledipendenti.
La levità, la classe, le giuste ambientazioni, la recitazione di mezzi toni, il riferimento ai libri (what?) e alla cultura vera inseriti naturalmente nel vissuto delle persone, sono tutte caratteristiche distintive di questo cinema e del mood francese in senso lato che noi guardiamo, al di qua delle Alpi, con sincero stupore e feroce invidia.
More solito la storiella che innerva questa piccola gemma è abbastanza irrilevante e quasi evanescente : i vicini di casa inglesi, la fuga in Normandia del parigino stufo della città e desideroso di ritornare alla tranquillità e al vivere nella natura (con alcune sferzanti battute sui limiti dell’assunto), la moglie rompicoglioni che addirittura legge Mauriac (!), il pessimista cronico per eccellenza (potreste mai immaginare un riferimento così fine in un film italiota?) e frustra alla radice ogni slancio del marito sognatore.
Tutta questa deliziosa, ennesima perla, vive sull’ossessione romantica di un Luchini come sempre monumentale per la neo-vicina di casa, la splendida Gemma Arterton, ormai abbonata ai fasti di femme fatale “inconsapevole” in ambienti shabby chic (come in “Tamara Drewe” di Stephen Frears, ambientato invece nella campagna inglese), forte della sua passione per Flaubert e acceso dal nome inconsueto della stessa : Gemma Bovery.
Come gli splendidi Bandol e altri rosè meravigliosi che allietano quella terra benedetta, il film scorre leggero e sublime per chiudere su note grottesche e amare (come spesso la vita è, nella sua malefica casualità) ma con un controfinale beffardo che porta al riso come non capita spesso.
Da vedere, come tutti i film in cui compare quel genio immenso che risponde al nome di Fabrice Luchini.

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