Maps to the stars

David Cronenberg è un regista tendenzialmente “sgradevole”.
In certi casi sa essere anche “molto” sgradevole.
Eppure l’entomologo freddo e cinico del Canada è anche uno dei pochi registi che valga la pena seguire.
Fin dai tempi dei primi capolavori, come lo straordinario e profetico “Videodrome” (uno dei film che più inesorabilmente colpisce nella storia di qualsiasi guardone cinematografico) e oltre, fino a “Crash”, “Existenz” e molti altri.
L’ossessione per il corpo, per la compenetrazione stessa dei corpi, per quella che una volta si sarebbe chiamata la “reificazione” delle persone giunge con “Maps to the stars” al punto di svolta.
Non si tratta più di fare della fantascienza e guardare, inorriditi, la mente umana fare scempio anche del proprio corpo in nome dei propri demoni.
Qui, a Hollywood, gli umanoidi sono già tra noi da tanto tempo, quasi a seguire lo sviluppo del più volte citato e ultraprofetico “They live” di Carpenter.
Sembrano umani, fanno una vita di superficie assoluta, ultrasaturata nei colori e surrealmente ipermoderna, tra botulino e ossessioni varie psicomotorie (Cusack è un guru che fa fisioterapia “mentale”), falsità e sorrisini assortiti, ma, nella sostanza, sono già qualcos’altro.
Ci sono momenti di una freddezza crudele raggelante in questo film importante e disgustoso allo stesso tempo.
Quando Julianne Moore, attrice nevrotica letteralmente “distrutta” dalle ossessioni carrieristiche e social, scopre che la propria rivale per la parte della vita (che è la parte di sua madre in un remake) perde stupidamente il bambino in un incidente domestico e quindi anche la parte che era già sua, la scena di malcelato giubilo con la propria agente e poi con la propria assistente, con tanto di balletto, sono quanto di più fastidioso e indimenticabile uno possa ricordare.
Come le numerose scene provocatorie di “funzionalità” degli umanoidi, nel sesso, nelle funzioni corporali.
Nella tremenda scena di sesso a tre, subito dopo, Julianne squarcia per noi la quarta parete e cerca di avere un piccolo momento di requie chiedendo aiuto e calore umano al suo amante.
La scena che ne segue è memorabile, memento assoluto delle “bestie” senza senso, manipolatrici, crudeli, egoiste, opportuniste e senza coscienza che infettano ormai il mondo per come lo conosciamo.
Julianne ha preso giustamente la Palma d’Oro per questo viaggio nell’inferno quotidiano, hollywoodiano e non, agghindata come un Virgilio ancora a mezza strada tra il mondo di una volta e il nuovo mondo.
Poi ci sono i mostri assoluti, la splendida Mia Wasikowska, l’assistente della protagonista, uno dei migliori e ormai rari talenti della new Hollywood, ritratto perfetto del mondo di insetti che circonda le celebrità, nevrotico, derivativo, tendenzialmente divorante.
Fino infatti alla scena straordinaria dell’uccisione, dove Mia ha l’espressione perfetta e curiosa di chi cerca di aprire una bambola senza capire molto quello che sta succedendo.
C’è pure il tema dell’incesto, una metafora del mondo che divora sè stesso, con quel bambino divo così significativamente “lynchiano”, in un film che accosta una volta di più, anche nell’atmosfera generale, perfino nel sonoro, i due grandi visionari del cinema americano degli ultimi trent’anni.
Gli umanoidi che popolano questo film senza speranza hanno ancora pulsioni primarie, hanno un inconscio “ingombrante” che si cerca di tenere a bada come un incubo allucinatorio con farmaci e con nuove tecniche molto costose e raffinate.
L’abuso di farmaci e la cultura della pillola sono la seconda grande caratterizzazione hollywoodiana che va oltre la metafora stessa.
Grande film, non per tutti i gusti come da regola della casa.

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