Il trash e il kitsch

Amo la fantascienza e amo il trash, due territori spesso contigui, soprattutto al cinema.
Grande l’entusiasmo quindi quando mia moglie, complice un post di un blog che segue abitualmente, mi ha suggerito il noleggio on demand di “Jupiter ascending”, l’ultima controversa space-operona dei fratelli Wachowski, gli autori dell’immortale “Matrix”.
Peccato però dovermi accodare alla lunga schiera di detrattori accaniti di questa monumentale ciofeca.
Spesso anche i migliori di noi si dimenticano la differenza tra trash e kitsch, secondo la dogmatica definizione del Labranca.
Trash è sostanzialmente emulazione fallita o, in alternativa, operazione consapevole verso l’improbabile, verso un cattivo gusto così esibito e surreale da diventare artistico.
Kitsch è invece il semplice e puro cattivo gusto senza coscienza, la sciatteria decerebrata.
“Jupiter ascending” appartiene gloriosamente alla seconda categoria (“glorious failure” dicono gli americani di operazioni ambiziose e rovinose, ma questo più che altro è un “bomb”, come da altra classica definizione critica yankee) e per questo alla lunga, ma anche alla breve, è noioso e fortemente deludente.
Gli ex fratelli Wachowski (ora fratello e sorella : don’t ask…) godono di una meritata fama di visionarietà che proviene da vecchi gioiellini come “Bound” ma soprattutto da film come “Matrix”, vero caposaldo della fantascienza e non solo.
Andati simpaticamente ma decisamente in vacca con operazioni recenti come “Cloud Atlas”, pastrocchio dalle sfumature new age sulla falsariga di altri immortali bombs come “The fountain” di Aronofsky e perfino “Mission to Mars” di un solitamente lucido De Palma, hanno già dato ampia prova di essere passati dalla visionarietà vera al bad trip e alla confusione mentale, spero almeno chimicamente indotti.
L’idea di fondo di “Jupiter”, pur se ampiamente traslata dalla vecchia, geniale intuizione anticapitalistica di Matrix, poteva giustificare la nascita di un piccolo cult.
Peccato poi che però davvero serva una sceneggiatura, una regia degna di questo nome, degli attori e così via.
La cosa paradossale di questo film è che è costato una vera fortuna ma che sembra fatto con due lire, talmente è tirato via senza ingegno e un minimo di vera fantasia.
Come si nota soprattutto nel finale videogamico, una specie di “Tomb raider” dei poveri tra tristi piattaforme di cartapesta e precipizi fintissimi.
Per non parlare del secondo paradosso, che attanagliava anche vecchie discutibili operazioni come “Speed racer” : sembra un film frenetico, dovrebbe essere un film iper adrenalinico ma in realtà, complici la sciatteria velenosa della sceneggiatura e il rosario dei cliché che viene sciorinato senza pietà per lo spettatore, è in realtà un film estenuante, grottescamente lento e noioso, a dispetto dei mille combattimenti.
Debitore distratto di innumerevoli film, sepolto dai cliché, appesantito da una sceneggiatura imbarazzante, questo film dai molti demeriti crolla fino in fondo grazie ad un cast da leggenda del miscast che chiaramente non crede un secondo a quello che sta facendo.
La punta surreale è rappresentata dal duo Mila Kunis – Channing Tatum, due che già di loro non sono certo dei fenomeni, ma che messi in questo tritacarne demente ne escono a pezzi.
L’espressione costante dei due, come dell’intero cast, è quella del disagio di scoprirsi esposti al ludibrio, con la feroce determinazione di portare a casa l’assegno e fuggire il più in fretta possibile con una punta di vergogna.
La Kunis poi, attrice già scarsa in operazioni normali, qui miscast fino al delirio, continua a fare domande inutili per tutto il film (lo “spiegone” perenne, cancro di quest’epoca ricca di fantasy inutili, è il marchio di fabbrica di una sceneggiatura pessima) donandoci però, qua e là, perle leggendarie come la già immortale “Io amo i cani” in uno dei primi, telefonatissimi approcci con il lupoide dalle orecchie a punta (oh yes) Tatum, involontario omaggio all’altra saga mefitica ed infernale del periodo, quel “Twilight” che è il simbolo di un periodo storico che, complice la mancanza di cultura cinematografica, gusto ed intelligenza di gran parte dell’audience, dalla bocca buonissima e dalla scarsissima memoria, ha mandato in soffitta quello che una volta era il glorioso cinema americano.
Solo il buon Redmayne, pur con varie forzature stereotipate, la porta eroicamente a casa, complice un talento nettamente superiore ai suoi comprimari e delinea un discreto, se non memorabile, villain.
Non basta poi la scopiazzatura fatta male di “Brazil” e il conseguente, gradito cameo del grande Terry Gilliam per salvare una nave affondata già al varo.
Peccato, in fondo anche questa è una occasione persa per il trash intelligente, visto che si è preferito rimanere nell’affollatissimo ambito dei baracconi per bambini ritardati.
Il trash intelligente, ad esempio, pervade un film visto recentemente come “Kingsman”, altro film del genere “se vuoi un messaggio, vai in posta”, rivisitazione del genere Bond in salsa postmoderna e tarantiniana.
Un film che ha il grande merito di non prendersi mai sul serio e gioca con i cliché, invece di esserne dominato, e che sempre fa intravedere un cervello sveglio dietro la macchina da presa.
“Jupiter ascending” : un viaggio verso il nulla cosmico.

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One thought on “Il trash e il kitsch

  1. Pienamente d’accordo! Fatta eccezione per Eddie Redmayne, perfetto come cattivo (e purtroppo sprecato in un film del genere), non riesco a trovare altri meriti ad un film che, ahimè, è un “mappazzone” inguardabile…

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