Struck n. 18

In quest’epoca senza più cinema di qualità, soprattutto americano, la gloriosa tradizione della commedia romantica adulta si è dispersa come un bel sogno perduto nelle nebbie del tempo.
Solo pochi anni fa avevamo un Woody Allen al top della forma, avevamo innumerevoli altri americani, soprattutto in costa est, che sfornavano meravigliose commedie, di situazione, di dialogo, in punta di forchetta e naturalmente Neil Simon dominava le scene teatrali.
Oggi abbiamo fantasy inutilmente costosi e Judd Apatow.
L’equivalente della dance plastificata e del rap che hanno sotterrato la musica dell’ultimo ventennio.
Come al solito bisogna riparare sulle migliori serie tv, la vera àncora di salvezza in questa epoca buia.
E sulla HBO in particolare, vera miniera.
E come al solito ormai non bisogna contare sugli yankees.
Dall’Inghilterra infatti viene Stephen Merchant, quel genietto alto, smilzo, nerd e occhialutissimo (la società di produzione, guarda caso, si chiama “Four Eyes”) socio di Gervais in mille avventure crude e sarcastiche che per la prima produzione americana, da solo, sceglie L.A. – California (come in Allen, la patria della superficie) e l’eterno tema dei rapporti uomo-donna visti con gli occhi di un single inglese, web designer, che cerca di rimorchiare lontano da casa.
L’ometto disegnato da Merchant, versione britannica dell’eterno schlemiel, è meschinuccio, attaccato ai soldi, irretito dall’apparenza (le modelle, i parties, il ruolo sociale e la sua medaglietta) ma alla fine paga sempre un po’ di più del dovuto, sia economicamente che umanamente.
Cosa che mi ha ricordato subito vari modelli umani e che stupidamente mi intenerisce.
Secondo l’immortale canone del capolavoro del genere (“Play it again, Sam”), si affanna e cerca tra mille donnette superficiali e senza qualità, se non estetiche, quando ha vicino una donna vera, intelligente e realmente affascinante, con velleità artistiche e culturali, spesso donna di altri, coinquilina, migliore amica e con interessi affini che vanno al di là delle spiagge, delle amiche e del botulino.
Il “meccanismo di Linda” dello straordinario film scritto da Woody e diretto da Herbert Ross si applica alla perfezione anche qui, grazie anche ad una attrice perfetta e updatata al punto giusto.
Nello splendido secondo episodio, “La limo”, ad esempio, magistrale la scena del ritrovo culturale proposto da “Linda” (qui Christine Woods alias Jessica) e l’ultima scena nella limousine tra i due protagonisti, agrodolce e perfettamente alleniana.
Senza dimenticare inoltre i due splendidi personaggi nerd e sfigatelli di contorno, che vedono il nostro come un guru ed un vincente, perenne monito alla relatività di tutti gli assunti.
“Hello Ladies”, come in una specie di futuro alternativo migliore e realizzato, è la commedia come avrebbe potuto essere, aggiornata al secondo decennio degli anni 2000 (di già?) ma non plastificata e senz’anima come la sedicente commedia degli ultimi anni.
Intendiamoci : siamo lontani dai livelli inarrivabili dei modelli di riferimento ma è bastato l’accenno ai vecchi temi della commedia urbana sofisticata, la grande dimenticata di quest’epoca senza romanticismo vero e senza vera ironia, per far sgorgare la rituale lacrimuccia.
Guarda caso, inoltre, la musica che irrora tutta la serie è “antica” : Hall and Oates, Roxy Music, 10cc e mille altri smoothies.
Sulla falsariga dell’altro “estraneo” passato in questo periodo, “Mozart in the jungle”, operazione lussuosamente graziosa nata come web serie su Amazon e fossile di una vecchia era di commedie metropolitane, questa serie è un gioiellino partorita da uno che ha mantenuto il vizio del cervello pur senza perdere un grammo della sua godibilità immediata.
Prevedibilmente, peraltro, “Hello Ladies” non ha superato la prima stagione, a conferma del degrado ormai irreversibile del gusto medio di quello che una volta era il glorioso pubblico statunitense.
Provaci ancora Stephen.
Torna nella capitale.

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