Se Dio vuole…non sono italiano

Invece purtroppo lo sono.
E senza neanche il “per fortuna” dubitativo messo pietosamente dal grande Giorgio Gaber in questa famosa canzone-invettiva.
Come tale quindi sono fatalmente esposto più del necessario e del salutare ai prodotti “culturali” di questo paesello arretrato e cado in tentazione.
In questi giorni in sequenza mi sono visto due film come “La vita facile” e il più recente ed acclamatissimo nonché popolarissimo “Se Dio vuole”.
Nessuno potrà mai accusarmi di amare altri lidi e altre produzioni culturali senza conoscere quelle locali.
Dell’Italia ho fatto indigestione a vari livelli.
E la mia idea non cambia, soprattutto al cinema.
Il primo, più antico, meno di successo, pur essendo lontano dall’essere un film di valore è comunque, paragonato al secondo, “Ben Hur”.
Il secondo, imbarazzante, piatto, insultante per una intelligenza media, è il classico film italiano di successo.
Le costanti che accomunano le due operazioni sono il tentativo, maldestro, di ricostruire la commedia italiana di livello (quella degli anni 50-60-70) e il baratro di una recitazione non all’altezza di un simile compito.
Il vero, grande cinema italiano si è sviluppato sulle due direttrici classiche, impegno politico e commedia, e ha toccato le sue vette in quel trentennio, grazie a registi come Rosi, Monicelli, Dino Risi e altri nonché all’apporto determinante di grandi attori come Tognazzi, Gassman etc per non parlare di una schiera di caratteristi venuti dalla gavetta vera (il teatro, anche scalcagnato).
Oggi il residuale cinema di qualità italiano ha tinte globalizzate e vive soprattutto all’estero, nei festivals, ma con successo limitato in patria (penso ai vari Sorrentino, Tornatore, Moretti e così via).
Il resto è questa roba qui.
Sceneggiature disastrose, regie distratte (eufemismo), attori imbarazzanti per pochezza tecnica e dizione (giovani e donne soprattutto), retrogusto culturale da tinello retrogrado e reazionario degli anni cinquanta, una certa tendenza alla caciaronaggine del “siamo brava gente” che non è buffa praticamente mai.
Nella “vita facile” perlomeno c’è un tentativo di sceneggiatura, due attori sufficienti (con un Favino perennemente sopra le righe nel suo sordismo fuori tempo) e la consueta “barking bitch” femminile (una Vittoria Puccini improponibile).
“Se Dio vuole” invece è un Titanic fin dal primo minuto.
Un film cortissimo che sembra eterno, come i suoi presunti temi.
Leggendo i commenti del pubblico nei vari siti, entusiasta, mi sono reso conto una volta di più che il problema di questo paese è proprio di base, culturale.
Un coro di “grande film, non banale e pieno di spunti interessanti”, “il ritorno della grande commedia all’italiana”, “finalmente il tema della fede trattato in maniera intelligente” e così via.
Mi sentirei proprio di dire, per restare in tema, “perdona loro perché non sanno quel che dicono”.
La sceneggiatura è talmente telefonata e prevedibile che diventa un gioco di società per vincere la noia indovinare il passaggio successivo.
I personaggi sono tutti stereotipi e parodie non credibili neanche per un minuto.
La parodia dell’uomo intelligente e di successo ateo, la parodia del prete carismatico, la parodia della donnetta di sinistra (una Morante tragicamente involuta dai tempi di “Bianca”, ormai prigioniera di vezzi e tic nevrotici invincibili).
Se da una parte Gassman junior, sempre più mimetico col padre, ha gioco facile nel gestire in relax una particina stereotipata e romanesca, il buon Giallini, che una volta sarebbe stato messo come caratterista laziale da dieci minuti (come aveva intuito Verdone), messo davanti alla necessità di recitare per davvero in italiano questa ciofeca, frana miseramente.
Degli attori di contorno è meglio non parlare, per non infierire.
Il tono generale è quello della recita parrocchiale da quattro soldi.
Brutto segno quando l’unica scena che strappa una risatina forzata è quella dove uno fa versi scemi (la tremenda farsaccia della scena della finta famiglia).
Inutile dire che in questo scempio di tempo e pazienza parlare di “temi” è semplicemente ridicolo.
Tutto è al livello di un catechismo da prima elementare scarso.
Senza arrivare alle raffinatezze di un “Gemma Bovery” o di un “Molière in bicicletta”, i campioni di incassi oltralpe, basti pensare anche a come viene trattata la farsa in terra francese (“Non sposate le mie figlie!”).
Dialoghi, recitazione, sceneggiatura.
E un mondo dove i reazionari vengono messi in burletta, con feroce eleganza, e non sentiti come il vero substrato ideologico della società.
Penso che l’imminente confronto tra “Le prénom” e il remake italiota “Il nome del figlio” chiarirà il tutto, definitivamente.
Per chi ha occhi per vedere, naturalmente.

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One thought on “Se Dio vuole…non sono italiano

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