Global green

Uno dei tanti paradossi del provincialismo è che il trincerarsi dietro le rassicuranti mura domestiche, perfino quelle discutibili italiane, non basta per proteggersi dal buono che viene dal mondo e che comunque alla fine vince sempre.
Sembrerà che stia parlando di migranti e invece parlo di golf.
Su entrambi gli argomenti alla fine penso che vinca il mondo, per fortuna.
Proprio questa “distanza”, mentale, psicologica, è rimarcata dal provinciale, che vede il golf come uno sport d’élite e quindi praticato da pochi.
E per molto tempo è stato così qui in Italia.
Con l’aggravante che come tale, questo sport meraviglioso è stato infettato dalla pseudo-élite italiota che invece è un plotone di riccastri senza arte, parte, classe vera, cultura.
Modaioli ed esclusivisti senza nessuna delle qualità che perlomeno agghindavano l’aristocrazia vera anglosassone.
Il golf, assieme al tennis, è sempre stato il mio sport preferito, quello praticato maggiormente pur con tutte le difficoltà suddette.
Se esistesse, Dio solo saprebbe le inutili complicazioni alle quali sono stato sottoposto io, come tutti, per accedere al tempio.
Pur avendo tutte le carte in regola.
Quando andavo a vedere i primi open d’Italia di golf, si respirava un’aria particolare, pre-globalizzata.
L’inglese e l’Inghilterra, riferimento perenne per questo e molti altri sport, ma soprattutto per questa nobile arte, erano ancora un sacro graal lontano e i giocatori che venivano a miracolo mostrare avevano un’aura che derivava dal maggior fascino di un’epoca senza informazioni e con distanze ancora lunghe, evidenti, costose.
Mi ricordo Severiano Ballesteros, il Mc Enroe del golf, e i numerosi britannici, vestiti in maniera old style, la processione e l’emozione nel seguirli e nel cercare affannosamente informazioni su uno sport esoterico ed affascinante al rientro in clubhouse in epoca pre-Internet, pre-tutto.
Ricordo anche i miei primi giri in Italia, dopo l’apprendistato in Inghilterra.
Timorosi, pieni di sussiego.
Quello che restava costante era l’atmosfera, la bellezza del verde soffice sotto i piedi e il senso di riconoscimento per avere tutto quel ben di dio a disposizione, in fondo, per un gioco.
Notavo la differenza abissale con Londra, dove avevo imparato in uno dei tanti public course che infiocchettano la già meravigliosa ghirlanda della capitale.
Nessuna formalità, caddy a disposizione e pagato a pinte, un altro mondo.
Un mondo che, tra le mille cose imparate, quando viaggiare per il mondo era ancora più importante di adesso per aprire davvero la mente, rivelava la differenza tra modaioli senza classe e la classe vera, esteriormente agghindata di tweed sdruciti e cappelli della nonna.
Soprattutto, un mondo dove il golf era una sport DI MASSA, come negli States.
Ecco, tornando ad un open d’Italia in questi giorni, a due passi da casa mia e quindi imperdibile, ho notato la differenza.
Il mondo alla fine, come sempre faticosamente, è entrato perfino in Italia.
E come sempre capita il merito maggiore è dei media.
Tanta, davvero tanta gente a questo open e a parte la location, il mio amato parco, e la vicinanza con Milano, quello che conta sono anni e anni di lavoro dei media per far uscire questo sport dal ghetto e finalmente proiettarlo dove merita.
Anche perché è uno dei pochi passatempi che realisticamente uno può pensare di coltivare fino alla fine dei propri giorni, cosa non banale in un mondo di pensionati in forte aumento.
Gli italioti non cambiano mai e in genere quindi a questo open si vedono e si sentono soprattutto scene che in altri paesi sarebbero impensabili per goffaggine e mancanza di “opportunità”.
Ma come dicono tutti i campioni che passano da noi, il calore “calcistico” compensa, dicono, l’evidente desuetudine all’uso del cervello, soprattutto nei ritrovi di massa.
Un mondo globalizzato alla fine vince sempre.
Un mondo globalizzato è quello, ad esempio, che riduce l’importanza degli USA.
E in questo sport, come nel tennis, due sport globalizzati per eccellenza, si vede ampiamente da anni.
Con una Ryder vinta dall’Europa con frequenza e dove Europa non è una parolaccia ma una bandiera per cui tifare, anche con calore.
E dove, seriamente, Roma è in lizza per ospitare l’evento, una cosa impensabile trenta-quarant’anni fa dove il golf si muoveva sull’asse storico UK-USA e il resto era periferia.
Globale è bello e sul green si nota di più.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s