I really love Pixar

In un mondo che non dà più nessun tipo di certezza artistica e dove il cinema, soprattutto americano, batte in testa pesantemente a tutti i livelli da anni, è riposante sapere che esiste un’oasi felice e, sorprendentemente, è quella dell’animazione di qualità.
In questo campo di acqua ne è passata dalle vecchie produzioni Disney e, in genere, acqua di qualità assoluta.
La Pixar, nata con quel geniaccio di Lasseter ma mandata nell’iperuranio grazie ai soldi e ad una delle tante intuizioni geniali di Steve Jobs, nella sua fase di “pensione anticipata” dopo l’uscita dolorosa dalla propria azienda, oggi è praticamente il prodotto di punta proprio della Disney stessa.
In un certo senso è come se la Pixar, Davide piccolo e geniale, si fosse mangiata la casa madre.
A partire dal “logo” di entrata (la luce!), per passare attraverso i primi corti e dal primo lungometraggio in poi non ricordo davvero un loro “prodotto” mediocre, anzi direi che la media è sempre stata su livelli imbarazzanti, sia nel “disegno” che, soprattutto, nella sceneggiatura, la chiave di ogni buon film.
Dico prodotto perché è proprio nell’animazione che si accentua la caratteristica di prodotto industriale che è il marchio di fabbrica del cinema yankee.
Plotoni di sceneggiatori, di disegnatori, di addetti alla CGI…inesorabile che se l’idea è buona si faccia grandiosamente touchdown.
Mi immagino il campus della Pixar come una via di mezzo tra i vecchi studi della Disney in Florida (nel pacchetto turistico di Orlando, un divertimentificio di dimensioni colossali che spiega molte cose) visitati personalmente anni fa e le nuove navicelle casual californiane genere la zia Apple o Google stessa.
In questa area fatata i “nostri” non sbagliano, non possono sbagliare, e declinano in forma attualissima la vera narrazione positiva dei nostri tempi tormentati.
Penso alla saga di “Toy Story”, da cui tutto è iniziato.
Il computer per la prima volta pesantemente al servizio delle emozioni umane e della “maraviglia”, con una naturalezza che ricorda neanche tanto vagamente i prodotti della mela.
E quando uno dei sequels, in particolare il terzo, sono ancora meglio dell’originale, allora siamo proprio stabilmente nella leggenda.
Penso ad uno dei miei preferiti, “Up”, con una sequenza giustamente celebrata dove con rara finezza e accenti difficili da trovare in molti film normali, si fa una apoteosi della vita coniugale e dell’invecchiare insieme.
Penso all’ultimo capolavoro, “Inside Out”, sempre diretto dal grande Pete Docter, che ho visto qualche giorno fa.
Un film imperdibile, felice e geniale fin dalla prima inquadratura, che celebra la famiglia senza retorica, con una chiave formale eccezionale come il funzionamento interno del cervello.
Descritto peraltro con tocchi di assoluta grandezza e precisione anche scientifica in un impianto iper-fantasy, senza che nessuno avverta alcunché di stonato.
E con dei titoli di coda, al solito, straordinari, dove, come capita spesso nella vita, i gatti hanno le “battute” migliori.

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