La mia generazione

Guardo l’ennesimo documentario sul nazismo e la seconda guerra mondiale, un periodo storico che ho studiato a fondo e che esercita su di me la consueta fascinazione.
La fascinazione del male assoluto, direi.
E faccio una semplice considerazione : io sono nato solo sedici anni dopo quelle immagini.
Chiunque abbia superato l’eta della sragione sa benissimo che quello che ci dicevano i nonni, tra tante sciocchezze (soprattutto nel campo “salute”), era vero : gli anni corrono davvero veloci, in una maniera oggettivamente sorprendente.
Pertanto io sono il figlio diretto di quelle immagini che sembrano venire da un altro pianeta.
In questo senso la mia generazione è una generazione speciale.
Lo dicono tutti, lo so, ma questo periodo storico è stato davvero qualcosa di unico, per vari motivi irripetibili.
Non solo io ma tutti gli storici concordano nel dire che quello che è successo negli ultimi 50-60 anni (l’arco della nostra vita finora), la velocità dei cambiamenti, la crescita della tecnologia, le variazioni sociali, politiche, economiche, è qualcosa di mai visto in passato e che probabilmente mai più si vedrà nel futuro.
Tra un uomo italiano del 1800 e del 1600, al di là delle varianti politiche esterne, nella sostanza, c’era ben poca differenza e gli scritti che abbiamo lo dimostrano.
Tra un uomo degli anni venti e un ragazzo dei nostri tempi c’è una tale differenza che se per caso qualcuno tipo Marty Mc Fly (time travel : un’altra ossessione…) fosse spedito da quel periodo ad oggi gli sembrerebbe davvero di essere su Marte.
Non solo per fattori esterni ma anche e soprattutto per fattori interni.
Quelli di noi che hanno occhio allenato e testa attenta hanno visto di tutto.
Hanno parlato con le generazioni precedenti che parlavano della grande guerra e anche prima, degli stenti, della follia, di storie thriller in cui la vita la si può perdere in ogni momento.
E nonostante questo si va avanti, senza bussola, alla giornata.
Hanno vissuto direttamente quella che probabilmente è stata l’epoca più bella e romantica della storia europea recente.
Gli anni sessanta e settanta, col loro carico di violenza ma anche di ingenuità, di slancio vitale ed ideale, politico ma non solo, irrorato da una musica magica e da mille sollecitazioni culturali in un’Italia che faticosamente tentava di liberarsi pian piano dai gioghi antichi (la Chiesa, uno stato borbonico) per andare verso la modernità e la laicità quella vera.
Ma siamo in Italia quindi tutto poi si è perso in quello che una volta, con termine ormai antico, veniva chiamato “riflusso” e che è l’eterna tabe di un paese che non riesce a modernizzarsi per davvero ma che comunque viveva, anche magari solo di riflesso, una stagione davvero nuova.
Abbiamo visto la guerra fredda, con i suoi timori latenti (mio padre che vedeva i carrarmati russi in tv e paventava il ritorno agli incubi del passato, per esempio), abbiamo visto le polarizzazioni studentesche e anche di costume, i Beatles e il boom economico, l’austerity e il rock, i primi vagiti di globalizzazione, l’inizio della tv e delle svolte tecnologiche.
Siamo infatti molto idealisti e molto “romantici” in fondo, molto più dei nostri figli.
Siamo molto più legati al concetto di “cultura” di quanto la generazione attuale post-tutto abbia mai sognato di essere.
Ma senza la polverosità e lo stantio concetto di autorità, meglio, di autoritarismo, che ammorbava il passato, troppo invischiato ancora nell’idea che servisse sempre qualcuno che dicesse cosa fare e come.
A metà di tutto, tra il passato, non spiegabile ai nostri figli, e il presente, assolutamente nemmeno raccontabile ai nostri padri.
Dagli anni 90 in poi ci siamo digeriti l’accelerazione estrema di tutto, della tecnologia, degli equilibri politici (fine della guerra fredda, terrorismo, mondo globalizzato e multipolare), della fine dell’innocenza a tutti i livelli e ci troviamo, ora, in un mondo che è anni luce diverso da quello di cinquant’anni prima e che ha attraversato ogni variazione, ogni nuance della storia.
Non penso che ci siano precedenti.
Sicuramente il mondo dei nostri figli non sarà così variegato e ricco di cambiamenti assoluti e drastici, epocali, come il nostro.
Me li immagino fra cinquant’anni in un mondo tutto sommato riconducibile ancora a quello attuale, gadget in più o in meno.
Resisto all’antica tentazione di Fukuyama e non penso alla fine della storia che ovviamente non finisce mai e ci sorprende sempre.
Ma penso che il tempo interno della storia sia molto diverso e che dopo le accelerazioni e le scintille caleidoscopiche che ci hanno accompagnato nel nostro viaggio, ora si voglia in fondo un po’ riposare ed assestare nel nuovo assetto.
Non sanno, poveretti, cosa si sono persi.
E si vede.

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