Valentino e la mia Smart

Con sospetta, prevedibile sincronicità junghiana, la cronaca italiota fornisce sempre spunti a riflessioni come la mia dei giorni scorsi.
Il fattaccio sportivo di Sepang, lo scontro in MotoGP tra Rossi e Marquez, chiarisce anche agli scettici le dinamiche contorte e il modo di ragionare storto che contraddistingue la stragrande maggioranza non pensante di questo paese sfortunato.
Di fronte ad un fatto, evidente, chiaro, dove è facile fare una scala di valori e responsabilità, l’italiota medio tende a creare polveroni, a girare frittate, a confondere i piani, in genere fa di tutto per non riconoscere la realtà, soprattutto morale.
E questo normalmente per tifo e nazionalismo di ritorno.
Oppure per semplice interesse personale, quando serve.
Si dice spesso che gli italiani siano esterofili, brava gente sempre pronta a denigrarsi.
Niente di più sbagliato.
In realtà l’italiano medio è assolutamente, pervicacemente, stupidamente e ottusamente tifoideo e applica categorie calcistiche, peraltro male interpretate, a qualsiasi ambito della vita, indipendentemente dalla sua importanza.
È una conseguenza diretta del familismo amorale e dell'”amicismo”, altrettanto amorale, che permea tutta la società.
Con gli amici le leggi si interpretano, con i nemici si applicano.
E ovviamente, nell’applicazione, si è feroci con i deboli, proni e molli con i forti.
Di fronte ad un caso di provocazione – reazione altrettanto limpido, il famoso caso Zidane-Materazzi, inutile dire che non si sono forniti cinquantamila video alternativi per arrampicarsi sui vetri, non si sono forniti alibi al reagente, ma si è allestita in due secondi una bella crocifissione a chi aveva il solo torto di non essere italiano.
La mania di schierarsi a tutti i costi, i “ragionamenti” bambineschi che si si sintetizzano in frasi come “e allora gli altri..”…”ma anche tu”… da noi hanno stranamente territorio libero, come se fossero verità assolute.
È un modo di ragionare che ha infettato la politica, da subito, fin dai tempi della DC, non votabile per mille ottimi ed importanti motivi, ma votata perché “e allora gli altri” o il più semplice “allora voti comunista?”.
Il fatto ovvio che il mondo sia fatto di et-et e non di aut-aut bambineschi non tocca mai queste piccole menti e rappresenta una cosa che ha sempre rallegrato il potere, sicuro di potersi muovere bene in questo mondo di ritardati senza cultura e dallo sbocco istintivo facile.
Infatti, unicum mondiale, il potere si è schierato subito con Rossi.
Schierarsi, impossibile non schierarsi, perfino quando si ha torto marcio.
Come nel precedente caso Nibali-Vuelta, di fronte ad uno che per recuperare si attacca all’ammiraglia….e poi fa pure l’offeso.
Renzi, Malagò (presidente del CONI!), i maître à penser che questo paesucolo si merita (Jovanotti? Vasco Rossi? Materazzi? Davvero?), tutti col loro bel hashtag demente, perfettamente in linea con la terra dei veleni che ora vive il suo periodo più nauseante, quello della finta riforma (un classico della casa) e della reale , ulteriore restaurazione, ammantata di quella retorica up to date che ha permesso l’avvento di uno come Renzi, la continuazione della stessa mentalità andreottiana-berlusconiana in forme nuove, due votati inerzialmente o, peggio ancora, convintamente per anni dal popolo bue.
E si sa che gli italioti ci tengono alle apparenze e alla bella figura, come si teorizzava molto lucidamente in un vecchio libro di un osservatore inglese che parlava, giustamente, della “dark side” di una nazione apparentemente solare e lineare.
Tutti in codina all’Expo (stranieri pochini, come era logico aspettarsi da gente che ha una visione più lucida ed equilibrata della realtà globale) e tutti già con la loro bella bandierina perché il paese rinasce.
Tutto bello, tutto sarebbe bello, basta credere.
Ma soprattutto, poi, obbedire e combattere.
Proprio qualche giorno fa ho avuto un appuntamento di lavoro vicino all’Expo con tutto il suo corollario di simpatiche alterazioni dell’umore dovute alla solita, pessima gestione della viabilità, delle informazioni stradali e ovviamente del flusso di persone.
Torno in città già bello nervoso (ormai Milano tende ad innervosirmi, con il suo carico di fatica di vivere accoppiata ad una fintissima, superficiale patina modaiola, perfetta epitome del provincialismo invincibile dell’Italia tutta) e parcheggio in una via del centro.
Dopo pranzo trovo in seconda fila, tra i molti trasgressori, un SUV.
Stupidamente penso di essere fortunato perché noto che all’interno c’è il guidatore e quindi vado, con estrema gentilezza, a chiedere se cortesemente può spostarsi di una decina di metri per permettere alla mia piccola, nera Smart (remember Calimero?) di uscire.
Scende questo italiota perfetto, quindi non beota apparentemente ma vestito molto elegantemente e con una macchina sicuramente costosa, e comincia ad inveirmi contro in mezzo alla strada, a freddo.
Sostiene che ha già avuto una giornata pessima e come mi permetto io di aggiungere pena a pena.
A grandi gesti minacciosi sostiene che sia nel mio interesse non chiedere altro altrimenti avrebbe spaccato me e la mia macchinina che, aggiunge, ritiene sia coperta di sterco.
Si forma un piccolo capannello di curiosi e io immediatamente faccio qualcosa di molto poco italiano.
Non reagisco alle provocazioni e non penso al fatto di aver ragione da vendere, penso alla mia famiglia, quella vera, che non gradirebbe che fossi coinvolto in una rissa da strada, sorrido amaramente ed ironicamente, entro nella mia Smart, faccio duecento manovre ed esco sudatissimo dalla fila.
Milano, Italia, 2015.
In fondo non è mai cambiato nulla ed è questo in fondo che piace a chi ama rimanere in questo paese.

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