Love at first sight

La nuova, monumentale Apple Tv di quarta generazione mi ha preso dal minuto uno.
Quello che Jobs definiva “hobby”, oggi sembra davvero diventato un business vero ma soprattutto, con le migliorie introdotte, sembra davvero indicare la via del futuro di un elettrodomestico che per certi versi è cambiato poco nella sostanza.
Forse, ancora una volta, Apple è riuscita a reinventare una delle ultime postazioni che non erano state lambite dal suo tocco magico.
Un telecomando/trackpad congegnato straordinariamente bene, una interazione rapida con l’Iphone per usi più complessi, l’introduzione dell’infinito mondo delle apps con tutte le possibilità che questo comporta, Siri e il comando vocale che funziona come un gigantesco search…la direzione è quella giusta.
Mediacenter da divano, come egregiamente fa l’Ipad in altri contesti.
Ho scaricato Netflix, cà va sans dire, che è entrata in grande stile sul mercato italiano.
Non è ancora l’equivalente di Apple Music o del prevedibile Kindle Unlimited 2.0, ossia la soluzione flat streaming a tutte le esigenze, ma sono fiducioso.
Su Netflix una delle prime cose che ho visto è “Sherlock”, stagioni complete e “binge watching” a manetta.
Una delle serie BBC più celebrate di sempre, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss e interpretata da Benedict Cumberbatch (Sherlock Holmes) e Martin Freeman (John Watson), stranamente mancava alla mia lunga professione di guardone.
Che dire?
Amore a prima vista.
Il pilot è semplicemente magnifico, una delle cose più brillanti mai viste in assoluto.
Entertainment di classe come dovrebbe sempre essere, veloce, smart, con dialoghi chirurgici, due attori in stato di grazia (soprattutto Freeman, che è la vera grande…”scoperta” di questa serie), una location come la sempre meravigliosa Londra, una musica di entrata di omaggio dichiarato a John Barry come nel vecchio, indimenticabile “The Persuaders!” (Attenti a quei due).
L’idea, semplice ma feconda, di portare i due nella Londra moderna, digitale.
E quindi Sherlock trasformato in uno psicopatico, disadattato, intelligentissimo, iper eccentrico consulente della polizia, Watson un dropout introverso che lo segue, quasi per inerzia, in un’alternanza di riluttanza ed incoscienza che è una delle chiavi del plot.
Sulla falsariga di quell’altro gioiello che fu “Hustle”, sottovalutatissima serie ad incastro ed enigma della BBC, “Sherlock” è praticamente perfetta.
Pochi episodi (tre a stagione), lunghi come dei feature (1 ora e mezza) che volano alti e sicuri fino alla fine.
A proposito, John Watson tiene un blog e racconta quello che succede.
E nel finale della prima stagione Sherlock, uomo facile alla noia e adrenalinico tossicodipendente sempre alla ricerca di enigmi ed azione gli urla addosso:”Smettila di tormentare il mondo con le tue opinioni”.
Forse non ha tutti i torti, ci penserò.

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