Le ossessioni di un uomo tormentato

“Roger Waters – The Wall” è l’ultima incarnazione dell’ossessione del suo creatore per quest’opera, ormai datata 1979, leggendario album dei Pink Floyd (nel caso, quasi una backing band), vero e proprio musical dolente e doloroso sulle altre ossessioni del nostro.
In particolare le guerre, gli abusi di violenza del potere ed i suoi inganni, l’incomunicabilità, la morte dei due Waters (nonno e padre, per Roger), rispettivamente nelle due guerre mondiali, in Francia e in Italia.
Il lamento dell’orfano, direi.
E i ricordi amplificati dall’infanzia della guerra e del dopoguerra, dopo i bombardamenti su Londra, quando la capitale era l’ultimo baluardo prima del baratro definitivo, e poi la vita assieme alla madre vedova.
Non è un film e non è un concerto filmato, è quasi un crossover dei due ed è il definitivo testamento artistico di questo immenso musicista.
Che smise in fondo di essere un membro del gruppo con “Animals”, album molto sottovalutato, per poi far firmare a nome del mitico gruppo i due album finali della sua avventura umana ed artistica, “The wall” e “The final cut” (appunto…), entrambi dominati da queste angosce, da queste ossessioni sue personali.
Durante il film si alternano parti del viaggio che Waters ha fatto per visitare le tombe dei due avi e parti del concerto-musical nella sua ultima, magnificente incarnazione.
Ad un certo punto Roger perfino duetta con sé stesso, in un filmato tratto dai mitici concerti all’Earl’s Court di Londra del 1980, tuttora ricordati per l’ardita concezione scenica (un muro in scena che nasconde progressivamente la band e poi la caduta finale) e per la realizzazione da musical davvero ante litteram.
Nel concerto si snocciolano con nonchalance suprema le perle di quest’album straordinario in una alternanza tra “casa” e freddo esterno che mi ha colpito per la sua somiglianza, anche scenica, con la recente geniale apparizione di Kate Bush all’Hammersmith.
I due trattano in fondo temi simili.
Ed entrambi con una grazia ed un talento davvero oltre ogni limite.
Ecco quindi “Mother”, “Goodbye blue sky”, “Don’t leave me now” (con un inizio polifonico di una meraviglia assoluta, come costruzione e crescendo), “Hey you”, “Nobody home” fino a “Comfortably numb”, un pezzo che vale una carriera perfino per monumenti come Roger, giustamente virato filmicamente sulle facce estatiche delle persone, perché questo è un pezzo che è entrato all’istante nei cuori di tutti, fino ai deliri brechtiani di “The trial” e del finale, in tono minore e quasi familiare, infantile, sulla falsariga anche del finale del primo atto della grande Kate.
Ma i momenti di assoluta poesia arrivano nelle due visite alle tombe degli avi: semplici, toccanti, perfette.
Imperdibile e non solo per i fan dei grandissimi Floyds.
Together we stand, divided we fall.

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